Domande del paziente (3)
Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
quello che descrive è molto più frequente di quanto si pensi nelle persone che soffrono da tempo di ansia e disturbo ossessivo, e – proprio per le caratteristiche che riporta – non è indicativo di un esordio psicotico o di schizofrenia.
Provo a chiarirle un punto fondamentale: chi sviluppa una psicosi non teme “di poter avere un’allucinazione”, ma vive l’esperienza senza metterla in dubbio. Nel suo caso, invece, c’è un continuo monitoraggio interno (“e se succedesse?”, “e se vedessi qualcosa?”), che è tipico del funzionamento ansioso-ossessivo. Non è la perdita di contatto con la realtà, ma un eccesso di controllo su di essa.
Le situazioni che descrive – stare da solo, il buio, il silenzio, il dopo una discussione – sono contesti in cui la mente ha più spazio per attivare immagini e scenari temuti. A quel punto accade un meccanismo ben noto:
compare un pensiero (“potrei avere un’allucinazione”),
aumenta l’attenzione su ogni minimo stimolo interno o esterno,
cresce l’ansia,
e l’ansia stessa rende tutto più “strano” e amplificato, rinforzando la paura iniziale.
Il fatto che lei eviti (tornando dalla sua ragazza, evitando il corridoio buio, ecc.) è comprensibile, ma contribuisce a mantenere il problema: ogni evitamento conferma implicitamente al cervello che quella situazione sia davvero pericolosa.
Un altro elemento importante: la vergogna. Le paure che non vengono dette tendono a ingigantirsi. In realtà, questi contenuti sono molto coerenti con un disturbo ossessivo, soprattutto quando toccano il tema del “perdere il controllo” o “impazzire”.
In sintesi:
non ci sono elementi, da ciò che racconta, che facciano pensare a una psicosi; ci sono invece diversi segnali di un’ansia ossessiva che si è spostata su questo specifico timore.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, non è rassicurare continuamente (“non succederà”), ma aiutarla a modificare il rapporto con questi pensieri e a ridurre progressivamente gli evitamenti che li mantengono.
Se è già in cura, le suggerisco di portare esattamente questi episodi al suo terapeuta, senza filtri: sono materiale clinico prezioso e affrontabile in modo molto efficace.
Un’ultima cosa importante: il fatto che lei si ponga queste domande, con questo livello di consapevolezza critica, è già di per sé un indicatore opposto rispetto a una condizione psicotica.
Dott.ssa Isabella Salizzoni
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
la situazione che descrive è dolorosa ma tutt’altro che rara: quando un problema dura da anni e i tentativi di aiuto sono stati vissuti come pressanti o inefficaci, la persona tende a chiudersi, e chi sta accanto si sente impotente.
È importante chiarire un punto: nel binge eating il problema non è solo il comportamento alimentare, ma un equilibrio più ampio fatto di emozioni, controllo e autonomia. Per questo, gli interventi diretti (“devi curarti”, “così non va”) anche se motivati dall’affetto, spesso ottengono l’effetto opposto.
Il fatto che sua figlia le abbia chiesto di “lasciarla stare” non è un rifiuto di lei, ma un tentativo di proteggere un proprio spazio. Aver rispettato questa richiesta non è stato arrendersi, ma evitare di rinforzare un braccio di ferro che avrebbe irrigidito ulteriormente la situazione.
Oggi, più che “fare qualcosa su di lei”, diventa centrale cambiare posizione nella relazione:
restare presente, mantenere un legame non centrato su cibo o peso, evitare commenti o correzioni, e offrire una vicinanza che non faccia sentire sua figlia osservata o spinta. È da qui che, spesso, le persone tornano ad aprirsi.
In questo senso, la terapia strategica può essere molto utile, ma inizialmente per lei. Lavorare con un professionista le permetterebbe di acquisire strumenti concreti per modificare le modalità comunicative e relazionali, evitando di alimentare involontariamente il problema e creando le condizioni perché sua figlia possa, nel tempo, riavvicinarsi spontaneamente a un percorso.
Se e quando sua figlia sarà disponibile, la terapia strategica rappresenta un’opzione valida anche per lei, proprio perché è focalizzata, concreta e orientata a interrompere i meccanismi che mantengono il disturbo.
In sintesi: non è la quantità di intervento a fare la differenza, ma la qualità della relazione che riesce a mantenere. Ed è su questo che, oggi, ha il margine di azione più efficace.
Dott.ssa Isabella Salizzoni
Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive non va letto in modo “positivo o negativo”, perché il corpo non funziona con etichette così semplici. Funziona per associazioni.
Quel luogo, evidentemente, è collegato a esperienze per lei significative. Quando ci passa davanti, non reagisce solo “il ricordo”, ma tutto il sistema mente-corpo: emozioni, sensazioni fisiche, memoria. La stretta al petto o al diaframma è una forma di attivazione, non necessariamente un segnale di pericolo.
Un elemento molto importante è proprio quello che dice: non sente il bisogno di scappare, anzi riesce a restare. Questo ci indica che non siamo di fronte a una reazione fobica, ma a qualcosa di più simile a un’attivazione emotiva “piena”, che può contenere più componenti insieme: nostalgia, intensità, anche una lieve tensione.
Spesso, quando un luogo è stato molto significativo (anche in senso positivo), può generare una risposta ambivalente: da una parte attrazione, dall’altra una sorta di “compressione” emotiva che il corpo traduce in sensazione fisica.
Il punto cruciale non è tanto capire se sia positivo o negativo, ma come lei si pone rispetto a questa sensazione. Se la osserva, la attraversa e resta lì senza contrastarla, tende naturalmente a modulare e ridursi. Se invece iniziasse a interrogarsi in modo preoccupato (“perché succede?”, “c’è qualcosa che non va?”), rischierebbe di amplificarla.
In sintesi: è una reazione coerente con un luogo emotivamente significativo, non un segnale patologico. Il fatto che lei riesca a restare è già la direzione più funzionale, perché permette al sistema di “integrare” quell’attivazione senza trasformarla in qualcosa di problematico.
Dott.ssa Isabella Salizzoni
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