Domande del paziente (73)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, da quello che racconta si sente quanto questa esperienza sia stata dolorosa e disorientante per lei. Dopo tanti anni di percorso è naturale che il terapeuta fosse diventato una figura importante,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, si sente quanto questa situazione la stia facendo interrogare e quanto sia difficile dare un senso a comportamenti che appaiono incoerenti, soprattutto dopo una relazione così lunga.
    Quando... Altro


    dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, parto dal (non così) banale presupposto che essere gay o non completamente eterosessuale non sia qualcosa di sbagliat. Detto questo posso capire però che fare i conti con la propria sessualità in adolescenza è di per sè un momento delicato.
    Quello che descrivi, però, non sembra tanto un problema di orientamento, ma un circolo di pensieri ossessivi che cambiano continuamente contenuto. Prima il dubbio “sono gay?”, poi “sono satanista?”, poi “mi piace mia sorella?”, poi di nuovo altro… il punto non è il contenuto, ma il meccanismo: la tua mente si aggancia a un pensiero, ti spaventi, cerchi risposte e più cerchi di capire, più i pensieri aumentano.
    Le sensazioni, le eccitazioni e le fantasie che senti non sono prove affidabili in questo stato. Quando sei in ansia, il corpo può reagire in modi strani e contraddittori. Il fatto che prima ti eccitassi per le donne, che hai fatto sogni erotici con donne, che le sensazioni cambiano… tutto questo indica confusione e attivazione, non una verità chiara e stabile sul tuo orientamento.
    Inoltre stai usando troppo l’AI per cercare risposte, l'intelligenza artificiale tende ad essere accondiscendente e a seguire lo stesso flusso di pensieri di chi la utilizza. Il chè può portare ad alimentare pensieri ossessivi e a scendere ancora di più nella spirale di "c'è qualcosa che non va in me e devo capire cosa".
    In questo momento sei in adolescenza (periodo già di per sé confuso), la tua mente è molto attiva e cerca certezze e l’ansia ti porta a dubitare di tutto, anche di cose che prima erano naturali.
    L’orientamento non si scopre sotto pressione, né analizzando ogni pensiero.


    Salve , mia figlia 7 anni mangia solo pasta bianca, carne e pollo.niente frutta niente verdure niente legumi. Ho provato in tutti i modi niente non assaggia se insisto vomita. Come posso approcciarmi a lei per stimolarla ad assaggiare qualcosa? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Da quello che descrive, sua figlia non sta “facendo i capricci”, ma probabilmente ha una forte resistenza (a volte anche sensoriale) verso certi cibi.
    In questi casi, paradossalmente, più si insiste più si irrigidisce. L’obiettivo non è farle mangiare subito frutta e verdura, ma riavvicinarla al cibo senza pressione.
    Può provare a:
    -proporre piccoli assaggi senza obbligo (“se vuoi puoi provare”), accettando anche il rifiuto
    -mettere nel piatto un “cibo sicuro” (che già mangia) insieme a uno nuovo, senza forzarla
    -coinvolgerla nella preparazione, nella scelta o anche solo nel toccare e annusare gli alimenti
    -evitare che il momento del pasto diventi un campo di tensione o scontro

    A volte ci vogliono tanti tentativi prima che un bambino si senta pronto anche solo ad assaggiare. Se però la selettività è molto rigida e dura nel tempo, può essere utile confrontarsi con un professionista (pediatra o nutrizionista infantile, a volte anche uno psicologo dell’età evolutiva) per capire se c’è una componente più specifica e avere indicazioni mirate.


    Domande su Incontinenza urinaria

    cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Non è possibile sapere quale significato abbia il suo sogno senza sapere quale sia la sua situazione di vita in questo momento. I sogni raramente sono positivi o negativi in senso assoluto, non sono premonizioni ma modi con cui la mente elabora emozioni e tensioni.
    Posso provare a dare un'interpretazione basandomi solo sul contenuto ma come le dicevo, non è sufficiente.
    Nel suo sogno ci sono alcuni elementi interessanti: la chiesa richiama spesso regole, valori, senso del dovere o anche giudizio; il fatto che a un certo punto le scappi la pipì parla di un bisogno fisico urgente, qualcosa che non può più essere trattenuto. Uscire dalla chiesa per farla può indicare il bisogno di allontanarsi da un contesto rigido o da aspettative per poter finalmente lasciare andare qualcosa.
    I bambini e la richiesta di fare una foto davanti a una statua introducono un altro tema: l’essere visti, l’immagine, il mostrarsi agli altri, forse anche in modo un po’ “costruito” o simbolico. Magari rispecchia un bisogno di autenticità.
    Non c’è niente da fare in senso pratico, ma può chiedersi se in questo periodo sta trattenendo emozioni, bisogni o parti di sé per adattarsi a ciò che “si dovrebbe fare”.


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno,
    la sua confusione è molto comprensibile, e in realtà dice qualcosa di positivo: sta prendendo sul serio la scelta e vuole orientarsi con criterio. Il problema è che sta cercando una certezza "tecnica”in un ambito che, per sua natura, non funziona come una scienza esatta.
    È vero: esistono molti orientamenti, linguaggi diversi, modi differenti di leggere le relazioni. Ma nella pratica clinica, soprattutto nella terapia di coppia, la differenza non la fa tanto “la scuola” quanto come quel terapeuta lavora con voi due.
    Sugli approcci: sistemico-relazionale, cognitivo-comportamentale, psicodinamico… sono cornici teoriche. Alcune più orientate a osservare le dinamiche tra voi, altre più focalizzate su pensieri e comportamenti, altre ancora sulla storia personale. Ma nessuna, da sola, garantisce il risultato.
    Capisco il timore di “scegliere a caso”, ma la realtà è che una parte della scelta passa inevitabilmente da un’esperienza diretta. Non è un limite del sistema: è che la terapia è una relazione, e le relazioni non si valutano solo leggendo un curriculum.

    Piuttosto che cercare l’approccio “giusto”, può esserle più utile orientarsi su alcuni criteri concreti:
    - il terapeuta lavora esplicitamente con le coppie?
    - vi fa sentire entrambi ascoltati, senza schierarsi?
    - riesce a tenere insieme i due punti di vista senza semplificare o dare colpe?
    - vi restituisce qualcosa che aiuta a capire cosa sta succedendo tra voi, non solo chi ha ragione?

    Un buon terapeuta di coppia aiuta a leggere il funzionamento della relazione, anche quando uno dei due fatica.
    Sull’età o sul genere: possono avere un peso soggettivo (ci si può sentire più a proprio agio), ma non sono indicatori affidabili di efficacia.
    Infine, lei sta cercando di ridurre al minimo il rischio di errore, ed è comprensibile. Ma nella terapia di coppia una parte del lavoro è anche tollerare un po’ di incertezza e vedere cosa succede nel processo.
    Può pensarlo così: non sta scegliendo “il terapeuta perfetto per sempre”, ma sta iniziando un percorso. Dopo alcuni incontri, avrete già elementi molto più concreti per capire se quella persona è adatta a voi.


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno,
    quello che porta non è un dettaglio da poco, e non riguarda solo “una sera al mese”, ma come lei si sente dentro questa dinamica
    Da una parte c’è il suo compagno che le chiede uno spazio di libertà, qualcosa che per lui rappresenta svago e appartenenza al gruppo. Dall’altra ci sei lei, che non è semplicemente “astemia”, ma che si sente turbata, a disagio e probabilmente anche poco al sicuro nel vedere il partner rientrare ubriaco.
    La domanda “sono io esagerata?” rischia di metterla contro se stessa. In realtà non è una questione di giusto o sbagliato in assoluto, ma di compatibilità tra bisogni e limiti. Per lei quella situazione non è neutra, le crea un impatto emotivo reale, e questo merita di essere preso sul serio.
    C’è anche un altro elemento importante: il fatto che lui veda già quotidianamente questi amici. Questo rende quella “uscita mensile” meno una necessità sociale e più una modalità specifica di consumo (bere fino a ubriacarsi), che per lei è il vero punto critico.
    Il nodo quindi non è impedirgli di uscire, ma capire se nella relazione c’è spazio per un accordo che tenga conto anche del suo vissuto. Ad esempio: lui è disposto a interrogarsi sul perché abbia bisogno di arrivare all’ubriachezza? È disposto a modulare questo comportamento, non solo a promettere di non guidare?
    Allo stesso tempo, per lei può essere utile chiedersi: qual è il limite oltre il quale questa cosa diventa per me non accettabile?
    Perché l’unica area su cui ha davvero potere è questa: definire cosa per lei è sostenibile e cosa no
    Una relazione sana non è quella in cui uno dei due si adatta in silenzio, ma quella in cui entrambi riescono a trovare un equilibrio senza ignorare ciò che sentono.


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Quello che descrive sembra essere stato un legame molto intenso, profondo e significativo, costruito nel tempo attraverso presenza quotidiana, ascolto reciproco, complicità emotiva e condivisione autentica. È comprensibile quindi che oggi il dolore non riguardi solo la fine di una relazione affettiva, ma anche la perdita di una figura diventata centrale nella sua quotidianità e nel suo equilibrio emotivo.
    Dalle sue parole emerge una grande lucidità: non sembra aver idealizzato la situazione né aver chiesto a quest’uomo scelte che lui non era pronto a fare. Al tempo stesso, però, i sentimenti e l’investimento reciproco avevano inevitabilmente creato uno spazio relazionale molto “di coppia”, anche se formalmente privo di una reale possibilità progettuale condivisa. È probabile che proprio questa ambivalenza, col tempo, sia diventata difficile da sostenere per entrambi.
    La decisione di interrompere il rapporto non cancella necessariamente la verità di ciò che avete vissuto. A volte due persone possono volersi molto bene eppure non riuscire a trasformare quel legame in qualcosa di concretamente percorribile, soprattutto quando entrano in gioco differenze di fase di vita, relazioni già esistenti, paure, sensi di colpa o limiti personali.
    In questo momento è naturale sentirsi spaesata e piena di domande: quando perdiamo qualcuno che rappresentava un riferimento emotivo quotidiano, il vuoto può assomigliare a un vero e proprio lutto relazionale. Si dia tempo per attraversare quello che prova senza invalidarlo. Il fatto che la relazione avesse dei limiti non significa che ciò che ha sentito fosse “meno reale”.
    Forse oggi la domanda più importante non è tanto capire “cosa sarebbe potuto accadere”, quanto riconoscere quanto questa esperienza abbia toccato bisogni profondi: sentirsi vista, capita, scelta emotivamente, riconosciuta nella propria autenticità. E questi aspetti meritano ascolto e valore, indipendentemente dall’esito della relazione.
    Se sente che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio e un confronto professionale.
    Dott.ssa Bacchi


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, quello che racconta mostra una sofferenza molto profonda, ma anche una grande capacità di osservare sé stessa e i propri vissuti. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto il tema relazionale, dell’intimità e del sentirsi “scelta” o “adeguata” sia intrecciato con esperienze di rifiuto, vergogna, paura e forte insicurezza personale.
    La sensazione che attraversa tutta la sua storia sembra essere un conflitto continuo tra desiderio di vicinanza e bisogno di fuga. Da una parte sente il bisogno intenso di essere amata, vista, rassicurata; dall’altra, quando la relazione diventa reale e concreta, emergono ansia, repulsione, dubbi ossessivi e paura di restare “intrappolata” nella scelta sbagliata. È come se la mente cercasse continuamente dettagli fisici, caratteriali, legati alla pulizia, al modo di apparire su cui fissarsi per verificare se quella persona sia davvero “giusta” oppure no.
    Questo tipo di funzionamento può avere molte radici e non significa automaticamente “non amare davvero” il proprio partner. Anzi, spesso le ossessioni colpiscono proprio i legami emotivamente importanti, perché sono quelli che espongono maggiormente alla vulnerabilità, alla dipendenza affettiva, alla paura di sbagliare o di soffrire. Inoltre, la storia che racconta (tra esperienze umilianti, difficoltà nell’intimità, forte sensibilità al giudizio esterno e un contesto familiare percepito come poco sicuro emotivamente) può aver contribuito a costruire un rapporto molto ansioso sia con sé stessa sia con le relazioni.
    Anche il fatto che i sintomi si siano intensificati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da non sottovalutare, perché alcuni pensieri ossessivi e stati d’ansia possono riacutizzarsi dopo la sospensione di un farmaco, soprattutto se avviene senza un percorso graduale ben monitorato.
    La paura che la terapia possa “dimostrarle” di non aver mai amato il suo compagno sembra comprensibile, ma la psicoterapia non serve a dare sentenze definitive sulle relazioni. Piuttosto, può aiutarla a comprendere meglio i propri meccanismi emotivi, il significato di queste oscillazioni, il rapporto con il desiderio, la vergogna, il controllo, il giudizio e la paura dell’intimità. Solo dentro uno spazio di ascolto più profondo si può distinguere ciò che appartiene davvero alla relazione da ciò che invece nasce dall’ansia, dalle ferite passate o da dinamiche interne molto radicate.

    Il fatto che lei riesca a riconoscere quanto questa relazione le abbia dato, quanto l’abbia aiutata a crescere e a differenziarsi da certe dinamiche familiari, è già un elemento importante. In questo momento forse non è necessario obbligarsi a capire subito se “è l’uomo giusto” oppure no, ma iniziare a comprendere cosa accade dentro di lei quando l’amore diventa reale, vicino e stabile.
    Se sente che che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio e un confronto professionale.


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, da quello che racconta sembra che in questo momento stia vivendo una fase di forte pressione emotiva, in cui si intrecciano tanti aspetti: il trasferimento, il bisogno di autonomia, la paura del fallimento, l’incertezza lavorativa e anche il confronto con gli altri. È comprensibile quindi sentirsi spaventata e bloccata.
    Allo stesso tempo, però, credo sia importante fare attenzione a non leggere questa esperienza come la prova di “aver sbagliato tutto”. Essersi trasferita, aver provato uno stage, essersi accorta che quell’ambiente la faceva stare male e aver scelto di interrompere non sono necessariamente segnali di fallimento. Anzi, in certi casi riconoscere un contesto tossico e fermarsi è una forma di tutela personale.

    Detto questo, il rischio ora sembra essere che la paura prenda completamente il controllo. L’ansia anticipatoria spesso porta a immaginare il prossimo lavoro già come un possibile luogo di umiliazione, esclusione o fallimento, e questo può bloccare ancora prima di iniziare. Ma è importante ricordare che un’esperienza negativa non definisce automaticamente tutte le successive.
    Mi sembra anche che lei stia caricando il lavoro di un significato molto ampio: non è solo trovare uno stipendio, ma dimostrare a sé stessa di “essere adulta”, di non essere tornata indietro, di non aver fallito rispetto ai coetanei. Quando il peso simbolico diventa così grande, ogni colloquio o rifiuto rischia di essere vissuto come una conferma del proprio valore personale, e questo aumenta moltissimo l’ansia.
    Forse, in questo momento, potrebbe aiutarla spostare l’obiettivo da “devo sistemare tutta la mia vita subito” a qualcosa di più concreto e realistico:
    - trovare gradualmente una routine;
    - mandare candidature senza pretendere risultati immediati;
    -distinguere un ambiente lavorativo sano da uno realmente tossico;
    - tollerare il fatto che l’inizio di una nuova fase possa essere incerto e scomodo;
    - non confrontare continuamente il proprio percorso con quello delle amiche.
    Anche il pensiero “se torno dai miei ho fallito” meriterebbe una riflessione. A volte si rischia di trasformare il bisogno legittimo di autonomia in una prova estrema da superare a tutti i costi. Ma avere difficoltà in una fase di transizione non significa essere incapaci o immature.
    Il fatto che lei si senta ancora motivata, nonostante la paura, è un elemento molto importante. Significa che una parte di lei desidera costruire qualcosa di suo, anche se oggi si sente fragile e scoraggiata. Probabilmente il lavoro più utile non è eliminare completamente l’ansia prima di agire, ma imparare a muoversi anche senza sentirsi perfettamente sicura.
    Sono a disposizione per un colloquio se sentisse il bisogno di uno spazio per sè
    Dott.ssa Bacchi


    Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Salve, fare domande in forum gestiti da professionisti può essere utile quando si cercano informazioni generali, un primo orientamento o un confronto su dubbi specifici. A volte una risposta chiara può già aiutare a ridimensionare una preoccupazione o a comprendere meglio una situazione.

    Nei forum, però, chi risponde non conosce davvero la persona, la sua storia, il contesto emotivo e relazionale, né può fare una valutazione approfondita. Per questo le risposte online sono attendibili soprattutto come indicazioni generali, non come valutazioni cliniche o diagnosi.

    Di solito è più utile un incontro reale (o anche online, ma individuale con un professionista) quando:
    -il dubbio continua a tornare nonostante le rassicurazioni ricevute;
    la situazione provoca sofferenza, ansia o interferisce con la vita quotidiana;
    -si cerca continuamente conferma nei forum senza sentirsi davvero tranquilli;
    -ci sono emozioni complesse, relazioni difficili o sintomi che meritano uno spazio di ascolto più personale;
    -si sente il bisogno di essere compresi nella propria esperienza specifica, non solo informati.
    Un altro aspetto importante è valutare la fonte: una risposta è più affidabile se arriva da professionisti qualificati (come quelli che trova su mio dottore), se è prudente, equilibrata e non dà certezze assolute senza conoscere la persona. Diffiderei invece di risposte troppo categoriche, allarmistiche o che “diagnosticano” online con sicurezza.

    I forum possono essere un buon punto di partenza, ma non sostituiscono un percorso individuale quando il bisogno riguarda il proprio benessere psicologico in modo più profondo o persistente.

    Se sente che alcuni dubbi continuano a creare disagio o che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio e un confronto professionale.
    Dott.ssa Bacchi


    Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno, sulla parte medica e ormonale non posso darle una risposta certa, perché dopo un intervento come isterectomia e salpingectomia possono esserci aspetti fisici, ormonali o anche legati al recupero del corpo che è importante valutare con il medico di base o il ginecologo.
    Dal punto di vista psicologico però, quello che descrive non è raro. Dopo un intervento che coinvolge una parte così intima del corpo, alcune persone vivono un periodo di distanza dal desiderio, paura del rapporto, timore del dolore, oppure una sensazione di “estraneità” verso il proprio corpo. A volte il corpo è guarito, ma emotivamente ci si sente ancora vulnerabili o in allerta. Il corpo cambia, cambia la percezione di sé e a volte il rapporto con la femminilità, la vulnerabilità o la sessualità può attraversare una fase di blocco o di protezione. In alcune persone il corpo “si mette in difesa” anche senza che ci sia una volontà cosciente
    Se sente che questa paura persiste o le crea sofferenza, parlarne con un professionista della salute mentale potrebbe aiutarla a capire meglio cosa sta vivendo, senza forzarsi né sentirsi “sbagliata”. A volte comprendere cosa il corpo e le emozioni stanno cercando di comunicare aiuta già a ridurre molta ansia.
    Se volesse parlarne in uno spazio sicuro e privato può contattarmi, ricevo anche online
    Con affetto, Dott.ssa Bacchi


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Quello che emerge dal suo racconto è anche una certa tendenza a leggere le relazioni soprattutto attraverso ciò che gli altri non le danno, facendo però più fatica a guardare il ruolo che ha avuto lei nelle dinamiche che descrive.
    In diversi momenti sembra assumere una posizione molto “sacrificale”(sembra assumersi il ruolo di “salvatore” o di principale responsabile dell’equilibrio della relazione): lei che dà tutto, sostiene, mantiene, si mette a disposizione, cambia per l’altro. Però una relazione non si costruisce solo sul dare tanto; si costruisce anche sulla capacità di scegliere consapevolmente chi abbiamo accanto, porre limiti, comunicare bisogni e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
    Ad esempio, è stato lei a decidere di convivere molto velocemente, a caricarsi spontaneamente di molti ruoli pratici ed economici, a mettere le partner “al centro” della sua vita. Così come è stato lei a restare in situazioni che già da tempo la facevano stare male. Questo non significa colpevolizzarsi, ma riconoscere che non tutto “accade” soltanto per colpa dell’altro.
    Anche alcuni aspetti meritano forse una riflessione più onesta: il forte peso dato all’estetica, al confronto con altri uomini, al passato della sua compagna o all’idea di “meritare” una donna molto bella sembrano parlare di insicurezze personali che rischiano di ricadere sulla relazione. Il problema non è che la sua compagna abbia avuto esperienze precedenti, ma il significato che lei attribuisce a questo e quanto questo vada a toccare il suo senso di valore.

    Inoltre, quando una persona sceglie ripetutamente partner percepite come fragili, dipendenti o bisognose, salvo poi sentirsi soffocata dal peso della relazione, può essere utile chiedersi quanto inconsciamente partecipi anche lei a quel tipo di equilibrio.
    Più che cercare conferme sul fatto che gli altri non la valorizzino abbastanza, forse il lavoro importante è capire perché finisca spesso per costruire relazioni sbilanciate e perché faccia così fatica a fermarsi prima. Più che capire immediatamente se lasciare o meno la sua compagna, potrebbe esserle utile lavorare su come costruisce i legami: i pattern ripetuti, le aspettative che ha dall'inizio e come esse si modificano, come tollera il conflitto...
    Se sente che alcuni dubbi continuano a creare disagio o che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio.
    Dott.ssa Bacchi


    Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Capisco la frustrazione che stai vivendo, soprattutto perché per te non si tratta di “essere single in questo momento”, ma della sensazione di non aver mai avuto certe esperienze e di stare accumulando un ritardo rispetto agli altri. Quando questa idea diventa costante è facile iniziare a guardarsi con rabbia, confrontarsi continuamente e sentirsi inferiori.
    Però il valore di una persona non si misura dal numero di relazioni avute, né dall’età della prima esperienza. Avere avuto meno esperienze affettive o sessuali degli altri non ti rende meno uomo, meno interessante o condannato a restare così per sempre. E il rischio è che più ti convinci di essere “inferiore”, più questa convinzione inizi a influenzare il modo in cui guardi te stesso e ti relazioni agli altri.
    Anche il fatto di avere un’attività e pochissimo tempo libero probabilmente pesa molto: costruire relazioni richiede energie, occasioni, presenza mentale, non solo volontà. Ma attenzione a non trasformare tutto in un aut-aut estremo (“o cambio vita o ci metto una pietra sopra”), perché spesso quando si è molto frustrati la mente tende a vedere solo soluzioni drastiche.
    Il punto forse non è rincorrere esperienze per recuperare un presunto ritardo, ma capire come mai questa mancanza è diventata una misura totale del tuo valore personale. Perché da quello che scrivi sembra esserci molta durezza verso te stesso, e vivere costantemente nella rabbia e nel confronto rischia di farti stare sempre peggio indipendentemente dalle relazioni.
    Un percorso psicologico potrebbe aiutarti non tanto perché c’è qualcosa che non va in te, ma perché da solo stai portando addosso una quantità enorme di vergogna, pressione e autosvalutazione. E nessuno costruisce relazioni serene partendo dall’idea di essere ormai inferiore a vita

    Se sentisse il bisogno di parlarne può contattarmi, ricevo anche online.


    Domande su Borderline

    Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Capisco la sua preoccupazione, soprattutto essendoci di mezzo anche una bambina piccola. Però purtroppo nessuno può obbligare un’altra persona a intraprendere un percorso terapeutico se non è pronta a farlo. Come ha visto anche lei, non è possibile obbligare un’altra persona a curarsi, e sentirsi dire “devi farti aiutare” spesso non convince a iniziare un percorso, anzi può far sentire ancora più giudicati o attaccati.
    Nel disturbo borderline, inoltre, i farmaci da soli raramente sono sufficienti: il percorso psicoterapeutico è una parte molto importante, ma può funzionare solo se la persona sceglie di parteciparvi. Insistere, criticare o mettere condizioni rischia di aumentare la distanza e la sfiducia.
    Quello che può fare, invece, è cercare di mantenere una presenza affettuosa, stabile e non giudicante. Farle sentire che le vuole bene anche nei momenti difficili, senza trasformare il tema della cura in uno scontro continuo. A volte è proprio quando una persona si sente accolta e non costantemente “corretta” che riesce pian piano ad ascoltare anche i consigli di chi ha vicino.

    Allo stesso tempo, credo sia importante che continui a prendersi cura anche di sé stessa. Non come colpa o responsabilità, ma perché per sua figlia e per sua nipote può essere fondamentale avere accanto un adulto emotivamente saldo, capace di essere un punto sicuro nei momenti di difficoltà.
    Inoltre, da ciò che dice esce un atteggiamento molto centrato sul problema di sua figlia. Avere uno spazio dove elaborare queste emozioni può aiutarla a stare accanto a sua figlia in modo più sereno e meno giudicante, diventando anche per sua nipote un punto di riferimento stabile e sicuro.

    La sofferenza psicologica dentro una famiglia coinvolge quasi sempre tutti i membri, in modi diversi. Per questo un percorso personale può essere utile anche per capire come stare accanto a sua figlia senza consumarsi o irrigidirsi nel conflitto.


    Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
    Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
    Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
    Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
    Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
    Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Più che “brutto innamorarsi a 40 anni”, credo sia molto doloroso trovarsi coinvolti emotivamente in una situazione che non trova reciprocità chiara. Da quello che racconta, questa collega sembra averle comunicato più volte una distanza, pur mantenendo una frequentazione lavorativa e cordiale. E spesso, quando siamo molto coinvolti, rischiamo di leggere nei piccoli momenti condivisi una possibilità che però l’altro non sta realmente offrendo.
    Il punto importante non è tanto capire se lei provi qualcosa o se il flirt raccontato sia vero, ma prendere contatto con ciò che questa situazione sta producendo nella sua vita: oscillazioni emotive intense, pensieri costanti e soprattutto un progressivo allontanamento dalla sua famiglia, che lei stesso riconosce.
    Sta già facendo qualcosa di utile continuando il percorso psicologico, perché probabilmente questa relazione ha intercettato bisogni emotivi profondi che vanno oltre la persona specifica. L’innamoramento può essere molto potente a qualsiasi età, ma non sempre coincide con una possibilità concreta di relazione.
    Se sentisse il bisogno di parlarne può contattarmi, ricevo anche online.
    Con affetto,
    Dott.ssa Bacchi


    Buongiorno,
    mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa laurea conseguita da entrambi. Lui ha trovato lavoro subito, io no. Negli ultimi due mesi ho avuto una patologia di compressione dello stretto toracico, sono finita in pronto soccorso pensando al peggio ma sto fisicamente bene. Da allora, circa due mesi, ho iniziato ad avere attacchi d'ansia, il mio medico di base mi ha prescritto lo Xanax, che uso quasi quotidianamente da un mese. Inizio a svegliarmi piangendo, a provare sentimenti negativi anche verso le mie due gattine, talvolta violenti ma mai messi in atto. I dolori fisici si spostano, prima la spalla, poi diventa la caviglia, poi il collo, senza criterio nè sforzi che li giustifichino. Mi sono trasferita a Torino, dal sud, sperando di avere più opportunità (ho una laurea in Informatica) eppure mi ritrovo senza un euro, un lavoro, nè la possibilità di fare qualche corso che mi interessi e mi dia gioia. Non riesco neanche a uscire di casa a volte, mi devo sforzare, anche se sto che molto spesso uscendo mi sento meglio. Dormo male, stringo i denti ogni notte, riguardo le stesse serie tv ogni giorno per sostituire i pensieri distruttivi. Sento le ambulanze passare ogni 5 minuti o quasi, i corvi che gracchiano, i bambini urlare fuori dalla finestra e mi sembra di impazzire. Sto pensando di tornare giù da mia mamma, ma a 29 anni mi sembra un fallimento. Ho pensato ad autismo, ADHD, depressione ma ovviamente non so cosa ho, se ho qualcosa, o se sto solo lentamente impazzendo.
    Ho paura

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Buongiorno. Quello che descrive non assomiglia a una persona che “sta impazzendo”. Assomiglia molto di più a una persona che ha accumulato diversi livelli di stress, perdita di stabilità e paura in un tempo relativamente breve, fino a sentirsi emotivamente e fisicamente sovraccarica.

    Lei ha affrontato un trasferimento importante, lontano dalla sua rete affettiva, in una città nuova, con aspettative alte sul futuro. Nel frattempo il suo compagno ha trovato subito una collocazione e lei no, e questo può far sentire indietro, dipendenti, fuori posto. Poi è arrivato un problema fisico che l’ha portata in pronto soccorso e che probabilmente ha fatto crollare quella sensazione di controllo che ancora cercava di mantenere. Dopo eventi così, il corpo e la mente a volte entrano in uno stato di allerta continua.
    I sintomi che racconta sono molto compatibili con uno stato ansioso-depressivo importante, forse aggravato da esaurimento emotivo e isolamento. E no, il fatto di avere pensieri aggressivi verso le sue gattine non significa che voglia davvero fare del male. Nei momenti di forte sovraccarico mentale possono comparire pensieri disturbanti o intrusivi che spaventano proprio perché sono lontani da ciò che la persona sente davvero di essere.
    Posso consigliarle di seguire un percorso di supporto psicologico perché sta portando troppo da sola. Lo Xanax può tamponare alcuni sintomi, ma non risolve il senso di smarrimento, l’angoscia, la perdita di sicurezza interna. E più si aspetta sperando che passi da solo, più il rischio è che la paura inizi a restringere la sua vita quotidiana.
    Tornare per un periodo da sua madre, se lo desiderasse, non sarebbe automaticamente un fallimento. Sarebbe importante capire però se sarebbe una scelta di cura e recupero oppure una fuga dettata dal panico. Sono due cose diverse.
    E un’altra cosa importante: lei continua a giudicarsi con durezza. “Ho 29 anni”, “non ho un euro”, “non lavoro”, “sto fallendo”. Ma una persona può essere in crisi senza essere un fallimento. In questo momento probabilmente il suo sistema nervoso sta chiedendo sicurezza, stabilità, ritmi più umani e qualcuno che l’aiuti a rimettere ordine dentro ciò che sente.

    Se sentisse il bisogno di parlarne ulteriormente può contattarmi, ricevo anche online e la accoglierei voletieri
    Con affetto
    Dott.ssa Bacchi


    Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
    Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
    Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
    Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
    Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
    Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
    Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
    Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
    Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Non mi sembra pigrizia. Mi sembra piuttosto una combinazione di stanchezza, disillusione e senso di smarrimento dopo anni vissuti “adattandoti” più che scegliendo. E c’è una differenza enorme.
    Tu non descrivi una persona che non ha voglia di lavorare. Descrivi una persona che ha lavorato, si è arrangiata, ha accettato quello che trovava, ha passato due anni di disoccupazione che ti hanno probabilmente tolto fiducia e serenità, e che ora si rende conto che la sola gratitudine per “avere un posto” non basta più a sostenere tutto il resto.
    Il punto è che sei arrivata a un’età in cui non riesci più a romanticizzare il sacrificio. A ventidue anni uno stage sottopagato può sembrare “esperienza”. A ventinove, dopo anni di precarietà, inizi a fare i conti con energia mentale, autonomia economica, tempo libero, prospettive. Ed è sano farli.

    Secondo me stai vivendo anche una crisi identitaria, ma non nel senso drammatico del termine. Succede quando per tanto tempo si vive seguendo necessità immediate (“devo trovare qualcosa”, “devo tenermelo stretto”) e poi improvvisamente ci si chiede: “ma io che vita voglio davvero?”. Il problema è che questa domanda arriva spesso proprio quando si è esausti, quindi invece di sentirsi motivati ci si sente vuoti, confusi e persino in colpa.
    Tu continui a ripetere “non sono una che non ha voglia di lavorare”, quasi a difenderti da un’accusa interna. Questo mi fa pensare che una parte di te si giudichi molto duramente. Ma desiderare un lavoro dignitoso, che non ti consumi completamente e che ti lasci una vita fuori dall’ufficio, non significa essere fannullona. Significa avere dei limiti e dei bisogni umani.
    Attenzione però a un altro rischio: trasformare questa fase in una sentenza definitiva su di te. Dire “ho sbagliato tutto”, “sono una fallita”, “tutti sanno cosa vogliono tranne me” è il linguaggio tipico di chi è in forte confronto con gli altri e sta leggendo la propria vita solo attraverso ciò che manca. Ma la realtà è più sfumata. Tantissime persone a trent’anni non hanno ancora una direzione chiara, solo che molte lo nascondono meglio o si rifugiano in lavori che odiano pur di sentirsi “sistemate”.

    E no, non è vero che uno psicologo dovrebbe dirti “fai questo lavoro”. Non funziona così. Però potrebbe aiutarti a capire perché ti senti così svuotata, perché fai fatica a immaginare il futuro, perché ti senti diversa dagli altri e perché tutto sembra perdere significato anche fuori dal lavoro. Quello sì.
    Io non credo che tu debba mollare impulsivamente questo posto. Venivi da un periodo duro e il fatto che tu abbia retto, imparato in fretta e ritrovato una routine ha comunque valore. Però credo anche che tu debba smettere di pensare che avere un lavoro significhi dover accettare qualsiasi condizione in silenzio per senso di colpa. Un’azienda non ti sta facendo beneficenza.
    Forse il passo più utile adesso non è decidere “cosa vuoi fare per sempre”, ma iniziare a capire che tipo di vita non vuoi più. E da quello costruire gradualmente qualcosa di più sostenibile.

    Se sentissi il bisogno di parlarne ulteriormente puoi contattarmi quando vuoi, ricevo anche online e ti accoglierei volentieri
    Con affetto
    Dott.ssa Bacchi


    Salve, sono una ragazza di 28 anni e da circa un’annetto soffro di ansia anticipatoria. Ho paura di perdere le persone che amo, prima i miei genitori e ora che convivo e sono incinta il mio compagno. Vivo costantemente con l’ansia, evito di allontanarmi in auto con lui perché ho paura. So di aver bisogno di un supporto psicologico ma attualmente non posso andare e quindi vorrei sapere se esiste qualche modo per lavorare su me stessa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Carissima
    E' una domanda delicata quella che fa. Sì, qualcosa può iniziare a farlo anche da sola, ci sono sicuramente delle buone abitudini da poter adottare per gestire l'ansia.
    Ma è importante anche guardare in faccia quest'ansia.La sua ansia nasce probabilmente perchè la sua mente ha iniziato ad associare l’amore alla possibilità costante della perdita. E quando questo meccanismo prende spazio, il cervello cerca di proteggerci anticipando continuamente il pericolo. Il problema è che così non ci si sente più al sicuro neanche nei momenti belli.
    Il fatto che ora sia incinta può aver amplificato molto questa sensibilità. La gravidanza spesso rende più vulnerabili emotivamente, aumenta il senso di responsabilità, la paura di perdere chi amiamo e il bisogno di controllo. Non significa che stia impazzendo o che sia “debole”.
    La cosa più importante è non iniziare ad assecondare troppo l’ansia con evitamenti continui. Se smette di fare certe cose per paura che accada qualcosa, nell’immediato si calmerà, ma il cervello imparerà che evitare = sopravvivere. E l’ansia tenderà ad allargarsi.
    Può aiutarla iniziare a osservare i pensieri senza prenderli automaticamente come previsioni reali. Quando arriva il “succederà qualcosa”, provi a chiedersi: “sto percependo un pericolo reale o sto cercando di controllare l’incertezza?”. Perché purtroppo la vita non può garantire rischio zero, e l’ansia spesso nasce proprio dalla lotta impossibile contro questa verità.

    Cerchi anche di mantenere routine semplici che la tengano ancorata al presente: camminare, respirare lentamente quando sente il corpo in allarme, limitare il rimuginio continuo e parlare apertamente con qualcuno di fidato invece di tenere tutto dentro.

    E anche se ora sente di non poter iniziare un percorso psicologico, non escluda l’idea in futuro. Non perché lei non sia capace di lavorare su se stessa, ma perché affrontare da soli un’ansia così costante è molto faticoso, soprattutto in una fase delicata come questa.


    Premetto che non ho nessuna patologia o malattia diagnosticata.
    Il mio problema è che mi sento così inutile, mi sento sola ogni giorno anche se ho le persone intorno, io sono totalmente apatica, penso sempre che tutti in realtà mi odino, sono sempre lì zitta e tranquilla sento di essere una brava persona ma di non essere abbastanza per nessuno,non sento di avere uno scopo nella vita.
    Ogni giorno mi sento sempre più a pezzi, perché mi sento così? Stamattina mi sono detta oggi devo essere positiva con me stessa ma quando sono tornata a casa ho pianto.
    tutti sono felici io non ci riesco, perché non ho niente di bello nella mia vita, ho paura di sentirmi per sempre così

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Flora Bacchi

    Carissima,
    quello che descrivi non sembra “debolezza” o mancanza di volontà. Sembra piuttosto una sofferenza emotiva che stai cercando di tenere dentro da molto tempo, probabilmente sminuendola perché non hai una diagnosi o perché dall’esterno magari continui a funzionare. Ma sentirsi soli anche in mezzo agli altri, convincersi di non essere abbastanza, pensare che gli altri ci rifiutino o ci sopportino soltanto, perdere interesse e sentirsi apatici non nasce dal nulla. E soprattutto non significa che ciò che senti sia la verità su di te.
    Quando si sta così, la mente tende a filtrare tutto in negativo: gli altri sembrano più felici, più sicuri, più “giusti”, mentre tu ti senti bloccata e senza valore. Ma il fatto che tu soffra così tanto per questo mi fa pensare che dentro di te ci sia ancora una parte che desidera stare bene, sentirsi vista, avere un posto nel mondo. E quella parte va ascoltata.
    La paura di sentirti “per sempre così” è comprensibile, Quando stiamo male da un po’, il cervello inizia a farci credere che il presente sarà eterno. Non è detto che sia così. Però credo sarebbe importante non affrontare tutto da sola, perché il rischio è che questo senso di vuoto e autosvalutazione diventi sempre più la voce principale con cui guardi te stessa.


Domande più frequenti

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.