Esperienze
Mi chiamo Asia Fulgenzi e sono una Psicologa Clinica ad indirizzo analitico, laureata alla Sapienza di Roma.
Attualmente mi sto formando anche nell’ambito dello yoga e del coaching, per integrare mente, corpo ed emozioni in un lavoro più completo.
Lavoro con persone che stanno attraversando momenti di difficoltà emotiva, relazionale o personale e desiderano ritrovare equilibrio, serenità e una maggiore comprensione di sé.
Il mio è un approccio integrato: unire la mente, il corpo e le emozioni permette di comprendere meglio ciò che accade dentro di noi e di trasformarlo in modo più efficace.
Per questo, accanto alla psicologia tradizionale, utilizzo anche:
Strumenti di consapevolezza corporea,
Regolazione emotiva e mindfulness
Tecniche di presenza e radicamento.
Nelle mie sedute troverai uno spazio accogliente, protetto e non giudicante, in cui poterti esprimere sempre. Al tuo ritmo.
Il mio obiettivo è aiutarti a dare significato a ciò che stai vivendo, sciogliere ciò che ti blocca o ti fa male e sviluppare nuove risorse per stare meglio.
Lavoro sempre con obiettivi chiari e concreti, definiti insieme, perché per me è fondamentale accompagnarti verso una maggiore autonomia emotiva e personale:
->il fine ultimo del percorso è che tu possa essere la miglior guida di te stesso con strumenti reali e utilizzabili nella tua vita quotidiana.
Sono qui per accompagnarti in questo viaggio con delicatezza, profondità e umanità.
Aree di competenza principali:
- Psicologo
- Psicologia clinica
Principali patologie trattate
- Stress
- Trauma
- Problemi di coppia
- Autostima
- Disturbi psicosomatici
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Via Paolo Paruta 20, Roma 00179
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Recensioni
1 recensione
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S
Sara
La dott.ssa Asia mi ha fatto sentire accolta fin dal primo incontro.
È stata molto sensibile ed empatica. Anche se sono poche sedute mi sta facendo riflettere su aspetti di me che ignoravo.
Grazie!• Consulenza online • colloquio psicologico clinico •
Dott.ssa Asia Fulgenzi
Grazie mille Sara!
Risposte ai pazienti
ha risposto a 3 domande da parte di pazienti di MioDottore
Mio marito dopo la morte della madre successa circa un anno fa ha passato un periodo di grande nervosismo sia verso di me che verso i nostri due figli minorenni sfociato a inizio di quest'anno nella sua decisione di lasciarmi. Inutile dire che mi è crollato il mondo addosso perché la sua motivazione è stata che morta la madre non gli resta più nulla (i figli non sono nulla??), che si sente vecchio (ha 53 anni) e si pone la domanda cosa resterà se lui viene a mancare, mentre io che ho tutto e mi accontento delle mie passioni e del vivere in casa (senza pensare che anche io ho limitato enormemente i miei desideri per non urtare il suo già fragile stato nervoso) non posso capire questo suo desiderio di fare altro, che ora non mi ama più e si sente separato in casa oltre il fatto che inizia ad avere il desiderio di rifarsi una vita con una nuova compagna (che deve ancora trovare perché non mi ha tradito e non pensa di farlo a breve). In tutto questo delirio lui ritiene di voler restare in casa per almeno 3 anni in questa separazione fittizia per tutelare i figli. Io sono oggettivamente in follia, perché dopo questa confessione tra l'altro estorta da me per caso dopo giorni da parte sua di evitamento fisico non ha più voluto affrontare l'argomento da soli (se non nello specificare che se trovo un altro non lo devo portare in casa), ha ripreso a fare cose in casa che in precedenza aveva smesso totalmente di fare come aiutarmi nella quotidianità delle cose (lavare i piatti, cucinare) è anche più sereno con i figli e delle due ci tiene ad uscire come famiglia in quello che organizzo (si interessa pure di cose come il mio compleanno che per lui non sono mai state importanti). È come fosse più sereno nel vedermi soffrire (per non dire bipolare) perché io ora a parte tenere un atteggiamento sereno coi bambini sono oggettivamente a pezzi e non so cosa fare. Con chi ne ho parlato mi dice che è la classica crisi di mezza età, ma che crisi è quella in cui consideri la tua compagna e i tuoi figli un vincolo per non dire niente (è arrivato a dire che la sua famiglia era la madre), però poi non te ne vuoi andare di casa? Una parte di me è come se fosse morta dentro, mi lavo, mi vesto e mi trucco per dignità, ma è come scivolare ogni giorno nella depressione perché ho accanto una persona che pare fare le cose non perché ci ama, ma si sente in colpa. E la cosa assurda è che tutto quello che mi ha rinfacciato sono i valori in cui lui ha sempre creduto: una donna che non avesse troppi grilli per la testa, che amasse figli e la propria casa. E invece ora rappresento solo un vincolo e la noia e quando gli chiedo in cosa non sono cresciuta come le sue aspettative non sa motivarmelo se non come siamo distanti anni luce e tu non mi potrai mai conoscere o raggiungere come mia madre. Se voleva uccidermi dentro sia come donna, compagna e madre c'è riuscito pienamente. Non so quanto a lungo potrò continuare a vivere questa finzione.
Buongiorno,
prima di tutto voglio dirle una cosa con molta chiarezza: il dolore e la confusione che sta vivendo sono profondamente comprensibili e meritano ascolto Quello che descrive non è una “normale difficoltà di coppia”, ma una situazione emotivamente molto destabilizzante, in cui lei si trova esposta a messaggi contraddittori e a una sofferenza che, di fatto, viene negata.
La morte della madre di suo marito è certamente un evento traumatico che può mettere in crisi l’intera identità di una persona, soprattutto quando quel legame forse non è mai stato pienamente separato. In questi casi non è raro che il lutto non venga elaborato, ma agito: attraverso nervosismo, ritiro emotivo, svalutazione dei legami presenti.
Le parole che lui le ha rivolto (“non mi resta più nulla”, “la mia famiglia era mia madre”, così come la condivisione della fantasia di rifarsi una vita) sono parole estremamente violente sul piano psicologico, indipendentemente dal fatto che siano pronunciate in uno stato di sofferenza. Colpiscono la sua identità di donna, di compagna e di madre e non possono essere ridotte a una semplice “crisi di mezza età”. Allo stesso modo, la scelta di dichiararsi separato ma continuare a vivere in casa crea un assetto profondamente confondente, che rischia di essere molto dannoso per la sua salute psichica, perché la costringe a vivere in uno stato di sospensione continua, senza la possibilità di elaborare né una relazione né una separazione. Quello che lei descrive " sentirsi svuotata, andare avanti per dignità, scivolare lentamente verso uno stato depressivo" è un segnale serio, che non va ignorato.
Forse, a questo punto, può essere utile fermarsi e chiedersi:
chi sta tutelando lei, in tutto questo?
Che spazio ha il suo dolore, oltre a quello di suo marito?
Lei non puo' essere “il vincolo”, né la noia, né l’ostacolo alla vita di qualcuno. Sta attraversando una situazione estremamente complessa e dolorosa e, probabilmente, ha bisogno di uno spazio in cui possa rimettere al centro sé stessa, distinguere ciò che le appartiene da ciò che non le appartiene e ritrovare un po’ di terra sotto i piedi, per poter fare scelte che non siano dettate solo dalla sopravvivenza emotiva. La abbraccio!
Buongiorno,
vi scrivo perché sto vivendo una fase di forte confusione emotiva legata alla mia relazione di coppia.
Io e il mio compagno veniamo da famiglie molto diverse e abbiamo caratteristiche personali differenti: io sono più impulsiva, ho bisogno di controllo e tendo a esagerare nelle reazioni, mentre lui è più razionale e distante da queste dinamiche. Sono consapevole delle mie difficoltà e negli ultimi mesi ho lavorato molto su me stessa, facendo passi concreti e importanti che anche lui riconosce.
Il problema principale, però, è che lui vive questa nostra incompatibilità con molta paura verso il futuro. Teme che queste differenze possano rendere difficile, un domani, la gestione di un matrimonio, dei figli e della vita familiare. Io invece, pur riconoscendo le differenze, sento di poterle affrontare con consapevolezza e fiducia, credendo che i problemi possano essere superati insieme.
Questa diversa visione che lui mi ha presentato, mi sta facendo pensare che l’amore, da solo, in questo momento non sta bastando e mi trovo divisa tra il desiderio di continuare a crescere insieme e la paura che stiamo andando verso il futuro con passi diversi.
Non ho lucidità nel chiudere questa relazione, ma il fatto stesso che lui mi abbia confidato che si sta portando dietro tanti strascichi di litigate precedenti, mi sta convincendo che forse il sentimento perché io accetto che i problemi ci saranno, lui ha paura che il conflitto distrugga tutto
Buongiorno!
prima di tutto vorrei dirle che il disagio che descrive è profondamente comprensibile.. Quando una relazione entra in una fase in cui amore, paura e visioni diverse del futuro si "intrecciano", è normale sentirsi confusi e poco lucidi.
Leggendo il suo messaggio, non emerge tanto un problema di incompatibilità “oggettiva”, quanto una diversa modalità interna di stare nel conflitto. Spesso il vero nodo non è se si litiga, ma come ciascun partner dà significato al conflitto.
Per lei il conflitto appare come qualcosa di faticoso ma attraversabile, parte della crescita e della costruzione del legame. Per il suo compagno, invece, sembra rappresentare qualcosa di potenzialmente distruttivo, che lascia ferite (“strascichi”) e alimenta il dubbio sulla possibilità di costruire un futuro stabile. Questa diversa lettura del conflitto può generare una sensazione di disallineamento che viene facilmente vissuta come “incompatibilità”. Ma non è detto.
In questi casi, può essere utile chiedersi se l’incompatibilità che si percepisce sia strutturale o derivata dalla paura. Un criterio importante è questo:
se immaginando una gestione più condivisa e sicura del conflitto, il dubbio sul futuro si attenua, allora probabilmente il problema riguarda il come si affrontano le difficoltà, più che il "chi siete". Se invece, anche al netto del conflitto, resta la sensazione di andare verso direzioni di vita diverse e nature diverse, allora si può parlare di un’incompatibilità più profonda.
Forse, prima di arrivare a una decisione definitiva, potrebbe essere utile provare a entrare maggiormente nel mondo emotivo l’uno dell’altro, per capire cosa accade davvero dentro entrambi e in particolare dentro di lui in questo momento, visto che sembra attraversato da molta paura.
Può essere utile chiedervi, insieme:
– cosa proviamo davvero durante i litigi?
– cosa temiamo che il conflitto significhi per il nostro legame?
– di cosa avremmo bisogno, ciascuno, per sentirci più al sicuro nel futuro?
A volte la chiarezza non nasce subito dal prendere una decisione, ma darsi tempo di di distinguere ciò che è una paura che chiede ascolto da ciò che è una reale divergenza di direzione. Un abbraccio!
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