La medicina è la mia più grande passione: è difficile descrivere quello che si percepisce nel momento in cui un paziente sceglie di condividere con il medico il proprio modo di stare al mondo, il proprio modo di ammalarsi e di soffrire, il proprio modo di amare, di desiderare, di progettare, e di vivere. Quando questa condivisione si trasforma in una relazione terapeutica, poi, possono accadere davvero dei piccoli miracoli in grado di cambiare la vita tanto del paziente quanto del medico.
È forse questa condivisione che la medicina convenzionale, oggi troppo impegnata a classificare, misurare ed etichettare, non sa più concedersi. Quello della medicina convenzionale infatti è un approccio che può offrire grandissime possibilità terapeutiche di fronte a condizioni di emergenza, ma che ha pochi strumenti quando ci si trova ad avere a che fare con problematiche croniche.
Per queste ragioni, dopo essermi laureato con lode in Medicina e Chirurgia, non essendo completamente soddisfatto degli strumenti acquisiti, mi sono subito dedicato allo studio e alla pratica delle così dette medicine “alternative” –in particolare l’omeopatia e l’agopuntura- ed ho trovato quello che cercavo: la centralità del paziente e dell’esperienza che egli fa della propria condizione di malato.
In questo contesto infatti il paziente non è visto semplicemente come portatore di una certa malattia da cui fatalmente è stato colpito ma come un sistema vivente in cui la produzione di sintomi rappresenta il miglior tentativo di ritrovare lo stato di salute. Per questa ragione i sintomi non vanno semplicemente spenti ed eliminati ma ascoltati, valorizzati e contestualizzati nella storia personale del paziente: solo attraverso questa via il paziente può arrivare a dare un senso ai propri sintomi e non avere più bisogno di produrli.
È per tutte queste ragioni che da qualche anno pratico con grande soddisfazione umana e professionale l’agopuntura e l’omeopatia e spero di continuare a praticarle per molto tempo ancora.