Piazza Raffaele Lucarelli, 9, Scala B, interno 1, Aversa 81031
L'ingresso dello Studio PRISMA si trova al civico 9, di fronte al negozio My Sport.
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20/04/2026
Lusciano 3 indirizzi
Sono una psichiatra, laureata in Medicina e Chirurgia nel 2019 e specializzata in Psichiatria nel 2025.
Mi occupo della presa in carico di persone che vivono un disagio psichico o un disturbo mentale in diverse fasi della vita, seguendo pazienti a partire dai 16 anni.
Il mio lavoro si fonda sul colloquio, inteso come spazio di ascolto e di comprensione reciproca, indispensabile per una diagnosi accurata e per la costruzione di una solida alleanza terapeutica, in quanto ritengo che la relazione di cura sia centrale nel percorso terapeutico e che ogni intervento debba rispettare la storia, le risorse e i bisogni della singola persona.
Integro, quando indicato, la terapia farmacologica con interventi di psicoterapia e di sostegno, adattando il trattamento alle diverse età e alle specifiche esigenze cliniche, tenendo presente ceh l'obiettivo non è solo il contenimento dei sintomi, ma il recupero del funzionamento personale, relazionale e sociale, nel rispetto dell’autonomia e della dignità individuale.
Dedico particolare attenzione alla lotta allo stigma che ancora circonda la sofferenza psichica e alla promozione di percorsi di integrazione, con l’intento di accompagnare ogni paziente verso una vita il più possibile piena, significativa e coerente con i propri valori.
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20/04/2026
Accettato
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31 recensioni
Prima visita , ottima impressione.Molta empatia ed attenzione
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e per le parole gentili che mi ha riservato.
Mi sono sentita subito a mio agio e soprattutto ascoltata.. Un equilibrio perfetto tra professionalità ed empatia. Affidatevi senza dubbi
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
Lucia, grazie mille per le belle parole! Questa è la vera essenza del mio lavoro, ed è bellissimo leggere un feedback come questo.
Mi sono rivolto alla Dott.ssa M. Ferrandino in un momento particolarmente confuso della mia vita. Mi ha aiutato a trovare una direzione semplicemente ascoltandomi e facendomi comprendere cosa io stesso avrei dovuto fare.
La consiglio a chi cerca competenza, serietà e anche un approccio umano.
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per le sue parole e per la fiducia. Sono lieta che il percorso intrapreso sia stato utile.
Dottoressa con tocco umano che pochi dottori hanno… gentile e premurosa
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e sono felice del suo feedback perché significa che stiamo lavorando nella direzione giusta. Un caro saluto
La dottoressa Ferrandino è molto empatica, chiara e sa mettere a proprio agio, ti spiega tutto minuziosamente e riesce a farti capire anche la "lingua dei medici" consigliatissima
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e sono lieta che si sia sentita accolta!
La dottoressa Ferrandino mi capisce come poche altre persone, sia a livello clinico che umano. Professionale, attenta, partecipe ed empatica, il mio punto fermo.
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e per le gentili parole!
Persona molto discreta ed empatica, mi ha fatto sentire a mio agio durante tutta la seduta, sicuramente un medico valido ed affidabile che consiglio.
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e sono lieta del suo feedback!
La dottoressa Ferrandino è una professionista seria, puntuale,attenta e disponibile. Ha mostrato da subito molta empatia nei miei confronti.
La visita è stata esaustiva e dettagliata.
Sono molto contenta di averla conosciuta.Da oggi sarà il mio punto di riferimento.
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e per le sue parole gentili. Come ci siamo già dette, ha compiuto un grande primo passo!
La Dottoressa si è distinta per l'empatia e la professionalità. Mi sono sentito compreso e supportato. La consiglio vivamente a chiunque cerchi un percorso di cura reale ed efficace.
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e sono lieta che si sia sentito a suo agio in uno spazio libero da preconcetti!
Persona molto empatica e professionale, mi sono sentita molto a mio agio. Parlare con la dottoressa mi ha aiutata a stare meglio. Consigliatissima!
Dott.ssa Mariachiara Ferrandino
La ringrazio per la fiducia e per aver condiviso la sua esperienza! Questo è il primo passo per un’alleanza terapeutica che funzioni.
ha risposto a 76 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buonasera vorrei avere una consulenza psichiatrica per mio figlio che ha avuto, diagnosticata da ospedali, ansia ed attacchi di panico...iniziati da 4 mesi circa...da tre è in cura farmacologica con Olanzapina mattina e sera ....l'ansia è leggermente migliorata ma è aumentata la sonnolenza, la depressione, attacchi di rabbia per l'incapacità di fare qualsiasi cosa, nemmeno le scale di casa, apatia...vorrei un parere circa l'utilizzo dell'Olanzapina in quanto normalmente non è consigliata per le problematiche sopra descritte per cui visto il peggioramento credo sia non idonea per il suo caso
Buonasera,
comprendo la sua preoccupazione. L’olanzapina è un farmaco che può essere utilizzato anche in alcuni quadri ansiosi, ma non rappresenta in genere la prima scelta per ansia e attacchi di panico, soprattutto nei pazienti più giovani.
Gli effetti che descrive (sonnolenza marcata, apatia, rallentamento, umore depresso) sono noti e relativamente frequenti con questo farmaco, e possono incidere molto sul funzionamento quotidiano. In alcuni casi, inoltre, il senso di “blocco” può aumentare frustrazione e irritabilità.
Questo non significa necessariamente che la terapia sia “sbagliata”, ma è opportuno rivalutarla, soprattutto se i benefici sull’ansia sono limitati a fronte di effetti collaterali importanti.
Il consiglio è di confrontarsi quanto prima con lo psichiatra che lo segue (o richiedere un secondo parere), per valutare:
– eventuale riduzione o sostituzione del farmaco;
– alternative più specifiche per ansia/panico;
– integrazione con un percorso psicologico, fondamentale in questi quadri.
Eviti modifiche autonome della terapia, ma porti con chiarezza questi cambiamenti all’attenzione del curante.
Un cordiale saluto.
Salve, voglio fare una premessa di fondo: se c'è la necessità di uno psichiatra, bisogna rivolgersi a quest'ultimo per risolvere la depressione. Prendere pillole senza uno specialista che ti segua e senza sapere cosa si prende, significa andare incontro a una serie di rischi per la propria salute.
Detto questo. Dopo due-tre tentativi andati a vuoto nel fare la prima visita da uno psichiatra, ho fortunatamente trovato uno specialista che lavora in un poliambulatorio. Tuttavia, era uno psichiatra senza avere l'abilitazione alla psicoterapia e non credeva nelle varie metodiche psicologiche. Vabbè, ho trovato sicuramente un certo grado di giovamento, giacché oltre agli antidepressivi mi aveva prescritto anche degli ansiolitici.
Compio un riassunto formato Bignami, altrimenti dovrei scrivere oltre ogni misura.
Il punto di cui si dibatte forse meno nella psichiatria, ma sicuramente nella psicologia, è quello per cui il rapporto psichiatra/psicologo-paziente è intrinsecamente asimmetrico; ciò significa che non può esserci un rapporto alla pari tra i due soggetti, ovviamente perché lo psichiatra/psicologo ha competenze che lo pongono su un piano rialzato rispetto al paziente.
Ora, la questione diventa problematica quando questo piano sfalsato viene percepito come un rapporto di subordinazione rispetto al dottore: ovvero, la persona non si sente partecipe protagonista del percorso terapeutico, bensì solo un "esecutore" materiale di ciò che dice il medico. E purtroppo, dopo aver constatato questa dinamica dove sovente lo psichiatra/psicologo ritiene il paziente una sorta di adolescente — benché io abbia passato i 40 anni — ho lasciato ogni contatto con questi medici ed, avendo impresso bene ciò che mi avevano prescritto, ho iniziato ad autogestirmi (non lo fate, seguite uno psichiatra o psicologo).
Non essendo un masochista, ed avendo tentato più e più volte di rendere la suddetta dinamica trasparente col medico col quale mi relazionavo, ho capito che il rapporto gerarchico non può venir meno; e questo va pure bene: tu sei il medico, colui che ha le competenze, io sono il paziente, colui che non ha competenze.
Tuttavia, quando il medico non accetta di relazionarsi alla pari sul piano emotivo e anche cognitivo col sottoscritto — non sono nato imparato, come si suol dire, ma si impara durante il processo evolutivo — il rapporto diventa un mero rapporto fra "impiegato della salute" e il sottoscritto e/o il paziente. Certe domande e/o tempistiche di interloquire, per cui ci si ritrova in un discorso con una certa cadenza e si passa ad una cadenza veloce per constatare se il sottoscritto riesca a seguire quanto dice il medico, è di una meschinità infantile.
Se lo psichiatra/psicologo vuole fare un test per capire la mia capacità cognitiva senza farmelo capire, il rapporto si chiude la seduta stessa. Se ha questa necessità impellente di capire il grado di ragionamento della persona, piuttosto che camuffarsi dietro a metodiche dispotiche, sarebbe meglio impiegare fin dall'inizio un codice da entrambi accettato, al fine poi di non ritrovarsi in situazioni dove il medico crede di svolgere il suo lavoro con onestà, quando l'onestà è solo la parvenza che vuole restituire al sottoscritto.
Io non ho mai incontrato il professor Vittorino Andreoli, ma ho solo letto alcuni suoi libri e ascoltato alcuni suoi interventi televisivi, e ho potuto constatare che è quello il cui rapporto col paziente sembra essere da persona a persona; ma forse mi sbaglio, ed è solo una mia impressione.
Cordiali saluti.
Capisco bene il punto che solleva. Il rapporto terapeutico è inevitabilmente asimmetrico sul piano delle competenze, ma non dovrebbe mai diventare gerarchico o svalutante sul piano umano. Nella pratica clinica più aggiornata si parla di alleanza terapeutica: il medico ha le competenze, ma il paziente è parte attiva, con diritto di comprendere, chiedere, dissentire.
Quando questo non accade, è normale sentirsi ridotti a “esecutori”. Non è un buon segnale di funzionamento della relazione di cura.
Alcuni punti utili, molto concreti:
È legittimo aspettarsi spiegazioni chiare su diagnosi, obiettivi e scelte terapeutiche.
È legittimo chiedere: “Quali alternative ho?”, “Perché questa terapia?”, “Cosa dobbiamo aspettarci e in quanto tempo?”.
È legittimo esprimere: “Così mi sento poco coinvolto, ho bisogno di essere più parte del percorso”.
Se la risposta è chiusura o atteggiamento difensivo, spesso il problema non è “lei paziente”, ma un mismatch relazionale.
Sul tema dei “test impliciti” o delle modalità comunicative poco trasparenti: esistono tecniche cliniche di osservazione, ma non dovrebbero mai essere percepite come manipolative o umilianti. Se generano questa sensazione, la relazione si incrina.
Un punto però è importante dirlo con chiarezza:
l’autogestione farmacologica, anche se comprensibile dopo esperienze negative, espone a rischi e spesso mantiene il problema. La soluzione non è rinunciare ai curanti, ma trovarne uno con cui si crei un’alleanza reale.
In sintesi:
l’asimmetria è inevitabile;
la relazione alla pari sul piano umano è necessaria;
se manca, è corretto cambiare professionista;
ma senza rinunciare a una presa in carico strutturata.
Il modello che descrive (più dialogico, più “da persona a persona”) non è un’eccezione ideale: è esattamente quello verso cui la psichiatria e la psicoterapia dovrebbero tendere.
Un cordiale saluto.
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