Sto dubitando della buona fede del mio compagno, sposato padre di un figlio, separato non divorziato
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Sto dubitando della buona fede del mio compagno, sposato padre di un figlio, separato non divorziato da una donna più grande di lui di 10 anni che ha appena ereditato una grossa somma di denaro da beni mobili e immobili, una donna che nonostante siano passati otto anni dalla separazione non si è rifatta una vita e dipende ancora dal marito oltre che per la gestione genitoriale anche per la gestione quotidiana, non solo ora il mio compagno gestisce i beni dell'ex perchè lei non è in grado di farlo, a detta sua soprattutto per la tutela del figlio e della vita agiata che avrà il bambino, soldi altrimenti sperperati per la cattiva gestione. Ora il mio compagno dopo la vendita della villa di famiglia di lei si è fatto prestare un'importante somma di denaro per l'acquisto di casa, somma che si è vincolato di restituire vita natural durante. Tutto questo mi fa dubitare di lui e del fatto che rimanga legato a lei oltre che per il figlio anche per i suoi soldi, e che anzi si sia legato all'epoca a questa donna soprattutto per i suoi soldi. Non solo nell'acquisto della casa io non sono stata coinvolta dando però per scontato che io sarei andata a vivere lì partecipando alle spese comuni, ma quella casa la vedo sua e di sua moglie data dal vincolo dei soldi che gli sono stati "prestati", e dal debito che li terrà uniti per tutta la vita. Faccio fatica a pensare a progetti di vita comune, anche perchè parlando con il mio compagno e facendogli presente questi miei dubbi oltre al fatto di sentirsi offeso mi è stato detto che questi sono affari suoi e io non devo entrare in merito a queste cose. Grazie a chi mi legge
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e carica di vissuti emotivi. Dalle sue parole emerge con molta chiarezza non solo il dubbio, ma soprattutto un profondo senso di insicurezza relazionale e di esclusione, che merita di essere accolto e preso sul serio.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, è importante osservare che il suo compagno sembra essere ancora inserito in un legame molto stretto e poco ridefinito con l’ex coniuge, un legame che non riguarda solo la genitorialità (che è naturale e doverosa), ma anche ambiti economici, decisionali e progettuali. Quando, dopo molti anni dalla separazione, i confini tra “ex coppia” e “genitori” rimangono così sfumati, si crea spesso una triangolazione in cui il nuovo partner rischia di sentirsi marginale, senza un reale spazio di riconoscimento.
Il punto centrale, a mio avviso, non è tanto stabilire se il suo compagno sia o meno in “buona fede”, quanto interrogarsi su come lei si sente dentro questa relazione. Lei descrive:
• la sensazione di non essere coinvolta in decisioni fondamentali,
• la percezione che esista un vincolo “a vita” tra lui e la moglie, non solo per il figlio ma anche per il denaro,
• la difficoltà a immaginare un progetto comune,
• e soprattutto il fatto che i suoi vissuti vengano liquidati come “affari suoi”, anziché ascoltati.
In una relazione adulta e paritaria, soprattutto quando si parla di convivenza e futuro condiviso, i confini tra “mio” e “nostro” non possono essere rigidi al punto da escludere l’altro dal senso delle scelte. Non significa controllare o invadere, ma dare dignità al legame. Quando questo non avviene, il rischio è che la relazione resti su un piano secondario rispetto a quella precedente, anche se formalmente conclusa.
Il suo disagio, quindi, non è un problema di gelosia o di eccessiva diffidenza, ma un segnale relazionale importante: qualcosa, per lei, non è chiaro, non è sicuro, non è sufficientemente condiviso. E i segnali, in terapia sistemica, non vanno mai zittiti, ma ascoltati.
Forse la domanda più utile che può porsi non è “mi sta usando?” ma:
“C’è spazio, in questa relazione, per una nuova coppia realmente distinta dalla precedente?”
“Mi sento riconosciuta come compagna o sto cercando di adattarmi a una struttura già definita altrove?”
Un percorso di riflessione personale, o eventualmente di coppia (se lui fosse disponibile), potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui confini, sulle aspettative reciproche e su ciò che lei è disposta – o non più disposta – ad accettare per stare in una relazione che la faccia sentire al sicuro, vista e rispettata.
La ringrazio ancora per la fiducia e le auguro di poter mettere al centro, con legittimità, anche i suoi bisogni.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e carica di vissuti emotivi. Dalle sue parole emerge con molta chiarezza non solo il dubbio, ma soprattutto un profondo senso di insicurezza relazionale e di esclusione, che merita di essere accolto e preso sul serio.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, è importante osservare che il suo compagno sembra essere ancora inserito in un legame molto stretto e poco ridefinito con l’ex coniuge, un legame che non riguarda solo la genitorialità (che è naturale e doverosa), ma anche ambiti economici, decisionali e progettuali. Quando, dopo molti anni dalla separazione, i confini tra “ex coppia” e “genitori” rimangono così sfumati, si crea spesso una triangolazione in cui il nuovo partner rischia di sentirsi marginale, senza un reale spazio di riconoscimento.
Il punto centrale, a mio avviso, non è tanto stabilire se il suo compagno sia o meno in “buona fede”, quanto interrogarsi su come lei si sente dentro questa relazione. Lei descrive:
• la sensazione di non essere coinvolta in decisioni fondamentali,
• la percezione che esista un vincolo “a vita” tra lui e la moglie, non solo per il figlio ma anche per il denaro,
• la difficoltà a immaginare un progetto comune,
• e soprattutto il fatto che i suoi vissuti vengano liquidati come “affari suoi”, anziché ascoltati.
In una relazione adulta e paritaria, soprattutto quando si parla di convivenza e futuro condiviso, i confini tra “mio” e “nostro” non possono essere rigidi al punto da escludere l’altro dal senso delle scelte. Non significa controllare o invadere, ma dare dignità al legame. Quando questo non avviene, il rischio è che la relazione resti su un piano secondario rispetto a quella precedente, anche se formalmente conclusa.
Il suo disagio, quindi, non è un problema di gelosia o di eccessiva diffidenza, ma un segnale relazionale importante: qualcosa, per lei, non è chiaro, non è sicuro, non è sufficientemente condiviso. E i segnali, in terapia sistemica, non vanno mai zittiti, ma ascoltati.
Forse la domanda più utile che può porsi non è “mi sta usando?” ma:
“C’è spazio, in questa relazione, per una nuova coppia realmente distinta dalla precedente?”
“Mi sento riconosciuta come compagna o sto cercando di adattarmi a una struttura già definita altrove?”
Un percorso di riflessione personale, o eventualmente di coppia (se lui fosse disponibile), potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui confini, sulle aspettative reciproche e su ciò che lei è disposta – o non più disposta – ad accettare per stare in una relazione che la faccia sentire al sicuro, vista e rispettata.
La ringrazio ancora per la fiducia e le auguro di poter mettere al centro, con legittimità, anche i suoi bisogni.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
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Salve, la sua visione è molto precisa e penso sia effettivamente come la vede lei. è comunque un vincolo, una presenza costante nella vostra vita. Per il figlio in comune penso sia imprescindibile la sua presenza ma sul resto sarebbe importante prendere più distanza. Questo ovviamente è difficile da spiegare a lui che è coinvolto in questa modalità che ormai è diventata normale. Proverei comunque a trovare dei compromessi, parlandogli apertamente di quello che senti e provi senza accusarlo di stare sbagliando o di cambiare ma trovando il vostro spazio in cui venirvi incontro. Se utile potrebbe essere importante trovare una persona neutra professionista per discuterne e trovare i giusti modi per comunicare. In alternativa si potrebbe provare a sciogliere meglio il problema in seduta, ma avere un nuovo confronto con lui è fondamentale.
Rimango a disposizione qualora volesse discuterne,
Dott.ssa Casumaro Giada
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Dott.ssa Casumaro Giada
E' una situazione piuttosto complicata, dove la questione economica copre in modo freddo e razionale questioni relazionali ed emotivi. Provi insieme al suo compagno a mettere da parte le somme di denaro della moglie, insieme cercate di capire come sarebbe la relazione con la ex moglie se i soldi non ci fossero. Che relazione allora c'è tra di voi? Provate a rispolverare ciò che vi unisce. Provate anche a pensare che anche dai soldi può passare un legame, quindi cosa lega questa famiglia separata ma che è legata dall'aspetto economico? Come mai il suo compagni ha deciso di separarsi? Cosa con sentiva/non riceveva più dal matrimonio? Provi anche a stare sulle sue insicurezze: sono scaturite da questa situazione a non è che richiamano anche emozioni e/o ferite passate?
Buongiorno,
ciò che descrive non è solo un problema pratico, ma soprattutto un problema di fiducia e di sicurezza emotiva. I soldi, in questo caso, sembrano il simbolo di qualcosa di più profondo: il timore di non essere del suo progetto di vita, di restare "ai margini" rispetto a legami precedenti o a scelte già fatte. E' comprensibile che lei si senta ferita e confusa. La inviterei a chiedersi: che posto sento di avere per lui? Mi sento scelta o mi sento in competizione con il suo passato? Se questi dubbi restano solo dentro di lei, rischiano di diventare rancore e ansia. Parlare con lui non è entrare nei suoi affari, ma prendersi cura del legame e dei suoi bisogni di chiarezza e riconoscimento.
un caro saluto,
Dott.ssa Maria Rosa Biondo
ciò che descrive non è solo un problema pratico, ma soprattutto un problema di fiducia e di sicurezza emotiva. I soldi, in questo caso, sembrano il simbolo di qualcosa di più profondo: il timore di non essere del suo progetto di vita, di restare "ai margini" rispetto a legami precedenti o a scelte già fatte. E' comprensibile che lei si senta ferita e confusa. La inviterei a chiedersi: che posto sento di avere per lui? Mi sento scelta o mi sento in competizione con il suo passato? Se questi dubbi restano solo dentro di lei, rischiano di diventare rancore e ansia. Parlare con lui non è entrare nei suoi affari, ma prendersi cura del legame e dei suoi bisogni di chiarezza e riconoscimento.
un caro saluto,
Dott.ssa Maria Rosa Biondo
Buongiorno Signora, capisco la sua confusione in merito al comportamento del compagno. Le direi di capire più che cosa vuole fare lui di capire come starebbe bene lei
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