Salve, qualche mese fa il mio professore universitario ha chiesto in aula quanti eterosessuali ci fo
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Salve, qualche mese fa il mio professore universitario ha chiesto in aula quanti eterosessuali ci fossero e quanto quest'ultimi fossero sicuri di esserlo veramente. Quel giorno non ero presente in aula, ma i colleghi mi hanno raccontato il fatto, ci siamo fatti due risate e siamo andati oltre. Io avevo già (dall'inizio del semestre), una forte ansia al quale però non riuscivo a trovare un perchè, se non la paura del futuro (considerato che sono al terzo anno). Nelle settimane seguenti ho avuto diversi problemi a casa, per cui avevo deciso di allontanarmi un po' e stavo mettendo alle spalle anche vecchie relazioni (con ragazze) andate purtroppo a male. Il livello di stress era molto alto e una sera, due giorni dopo l'ultimo litigio a casa, mentre mi mettevo a letto una voce nella testa comincia a dirmi insistentemente che ero g*y, cominciandomi a bombardare di immagini a sfondo omosessuale e pensieri intrusivi. Quella sera li' ho avuto un momento di forte depressione e chiamando mio fratello in stanza gli racconto l'accaduto e gli dico letteralmente ''non sento nulla in questo momento'', lui mi chiede se io fossi g*y e io gli dico: ''no, non credo.. ma ho paura che potrei diventarlo magari in futuro''. Da li' in poi è diventato un inferno, check, test, compulsioni, notare anche un piccolo particolare in un uomo mi manda in crisi, paura a stare vicino i miei amici al punto da tremare, micro sensazioni, sogni e tutto il resto. Inizialmente vado da una psicologa che però approfondisce la questione da un lato prettamente psicologico/filosofico, poi vado da un neuropsichiatra. Lui inizialmente parla di omosessualità latente e questa cosa mi manda in ansia totale, ma io ho un rifiuto totale verso gli uomini. Mi prescrive Brintellix e finchè arrivo a prendere 18 gocce la situazione sembrava essere migliorata, riprendo con la masturbazione verso le figure femminili, l'eccitazione spontanea c'è solo verso le donne e tutto bene. Da quando prendo 20 gocce, l'ansia è ritornata e con essa anche il rimuginare. Questa situazione sta distruggendo la mia vita giorno dopo giorno.Inoltre quando il dubbio sull'orientamento svanisce, i pensieri vanno sul ''ma sei totalmente sicuro di essere un uomo?''.
Ho 25 anni e sfortunatamente non ho una vita sessualmente attiva, ma io non ho chiesto tutto ciò. Avevo paura di scoprire qualcosa di me, ma era una paura irrazionale, temevo di poter sbandare a causa dell'allontanamento da casa, delle relazioni andate a male, ma questo è nettamente peggio.. sento di avere un intruso dentro casa che si è imposto di vivere con me. Concludo dicendo che se fosse stato qualcosa di latente, avrei comunque provato piacere e sarebbe stata qualcosa di graduale o che comunque negli anni si sarebbe un minimo notata, ma tutti abbiamo avuto i nostri idoli e la mia storia è sempre stata coerente con l'eterosessualità. Se questo per me non fosse stato un problema per ora starei qui a discutere di queste cose e ad ingerire gocce per stare meglio.
Ho 25 anni e sfortunatamente non ho una vita sessualmente attiva, ma io non ho chiesto tutto ciò. Avevo paura di scoprire qualcosa di me, ma era una paura irrazionale, temevo di poter sbandare a causa dell'allontanamento da casa, delle relazioni andate a male, ma questo è nettamente peggio.. sento di avere un intruso dentro casa che si è imposto di vivere con me. Concludo dicendo che se fosse stato qualcosa di latente, avrei comunque provato piacere e sarebbe stata qualcosa di graduale o che comunque negli anni si sarebbe un minimo notata, ma tutti abbiamo avuto i nostri idoli e la mia storia è sempre stata coerente con l'eterosessualità. Se questo per me non fosse stato un problema per ora starei qui a discutere di queste cose e ad ingerire gocce per stare meglio.
Salve,
la ringrazio per aver condiviso con tanta precisione e sincerità ciò che sta vivendo. Capisco bene quanto possa essere destabilizzante e spaventoso affrontare pensieri e dubbi così invadenti. Voglio dirle subito che quello che sta attraversando è una sofferenza reale, non un segno di debolezza, e merita ascolto e comprensione.
Da come racconta, emerge un elemento importante: questa esperienza non nasce da un desiderio, ma da pensieri improvvisi e intrusivi, arrivati in un periodo di forte stress, tensioni familiari e chiusura di relazioni importanti. In queste condizioni, la mente può aggrapparsi a temi sensibili come l’orientamento sessuale o l’identità di genere e trasformarli in dubbi ossessivi.
I pensieri che descrive hanno caratteristiche tipiche dei pensieri ossessivi: sono invasivi, non desiderati, accompagnati da paura e rifiuto, spingono a controllare continuamente le sensazioni, e ogni rassicurazione sembra temporanea perché subito ne compare un’altra forma di dubbio. Quando un tema si placa, ne appare un altro, come lei ha notato.
Questo andamento non è compatibile con una scoperta autentica dell’orientamento. L’orientamento sessuale, quando è reale, non si manifesta come una voce minacciosa o panico, ma emerge in modo graduale, coerente, accompagnato da attrazione e riconoscimento emotivo. Lei, al contrario, prova eccitazione spontanea verso le donne, rifiuto verso gli uomini e non attrazione. Questi sono elementi molto importanti da considerare.
Comprendo quanto sia stato destabilizzante sentir parlare di “omosessualità latente”. Frasi di questo tipo, soprattutto senza un contesto chiaro, possono aumentare l’ansia e alimentare il dubbio invece di aiutare a comprendere la situazione.
Lei non sta scoprendo qualcosa di vero su di sé, sta combattendo contro un meccanismo ossessivo che si nutre di paura e controllo. Non ha perso la sua identità. La sofferenza che prova deriva dalla mente che, sotto stress, prende il controllo con modalità invasive e spaventose, ma non definisce chi è né il suo futuro.
Il percorso più indicato consiste nell’imparare a riconoscere e gestire questi pensieri ossessivi, riducendo il rimuginio e le compulsioni mentali, insieme a un supporto psicologico mirato a disturbi d’ansia e ossessivi legati alla sessualità. La terapia farmacologica può essere utile, ma funziona meglio se affiancata da strategie psicologiche specifiche.
Se vuole, posso spiegarle come distinguere il dubbio ossessivo dall’identità reale, capire perché questi pensieri sembrano così convincenti, e indicarle modalità concrete per ridurre l’ansia e il rimuginio quotidiano.
Quello che sta vivendo è doloroso, ma non significa che sia sbagliato o “rotto”. Chiedere aiuto, come sta facendo, è un segnale di lucidità e forza. Rimango a disposizione, un caro saluto!
la ringrazio per aver condiviso con tanta precisione e sincerità ciò che sta vivendo. Capisco bene quanto possa essere destabilizzante e spaventoso affrontare pensieri e dubbi così invadenti. Voglio dirle subito che quello che sta attraversando è una sofferenza reale, non un segno di debolezza, e merita ascolto e comprensione.
Da come racconta, emerge un elemento importante: questa esperienza non nasce da un desiderio, ma da pensieri improvvisi e intrusivi, arrivati in un periodo di forte stress, tensioni familiari e chiusura di relazioni importanti. In queste condizioni, la mente può aggrapparsi a temi sensibili come l’orientamento sessuale o l’identità di genere e trasformarli in dubbi ossessivi.
I pensieri che descrive hanno caratteristiche tipiche dei pensieri ossessivi: sono invasivi, non desiderati, accompagnati da paura e rifiuto, spingono a controllare continuamente le sensazioni, e ogni rassicurazione sembra temporanea perché subito ne compare un’altra forma di dubbio. Quando un tema si placa, ne appare un altro, come lei ha notato.
Questo andamento non è compatibile con una scoperta autentica dell’orientamento. L’orientamento sessuale, quando è reale, non si manifesta come una voce minacciosa o panico, ma emerge in modo graduale, coerente, accompagnato da attrazione e riconoscimento emotivo. Lei, al contrario, prova eccitazione spontanea verso le donne, rifiuto verso gli uomini e non attrazione. Questi sono elementi molto importanti da considerare.
Comprendo quanto sia stato destabilizzante sentir parlare di “omosessualità latente”. Frasi di questo tipo, soprattutto senza un contesto chiaro, possono aumentare l’ansia e alimentare il dubbio invece di aiutare a comprendere la situazione.
Lei non sta scoprendo qualcosa di vero su di sé, sta combattendo contro un meccanismo ossessivo che si nutre di paura e controllo. Non ha perso la sua identità. La sofferenza che prova deriva dalla mente che, sotto stress, prende il controllo con modalità invasive e spaventose, ma non definisce chi è né il suo futuro.
Il percorso più indicato consiste nell’imparare a riconoscere e gestire questi pensieri ossessivi, riducendo il rimuginio e le compulsioni mentali, insieme a un supporto psicologico mirato a disturbi d’ansia e ossessivi legati alla sessualità. La terapia farmacologica può essere utile, ma funziona meglio se affiancata da strategie psicologiche specifiche.
Se vuole, posso spiegarle come distinguere il dubbio ossessivo dall’identità reale, capire perché questi pensieri sembrano così convincenti, e indicarle modalità concrete per ridurre l’ansia e il rimuginio quotidiano.
Quello che sta vivendo è doloroso, ma non significa che sia sbagliato o “rotto”. Chiedere aiuto, come sta facendo, è un segnale di lucidità e forza. Rimango a disposizione, un caro saluto!
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Buongiorno,
il vissuto che descrive è caratterizzato da una sofferenza intensa e continuativa, alimentata da pensieri che si presentano in modo insistente e che tendono a occupare gran parte della sua attenzione. In questi stati di forte attivazione ansiosa, la mente può fissarsi su temi particolarmente sensibili per l’identità personale, trasformandoli in dubbi ricorrenti che non trovano una risposta stabile. Quando il livello di ansia è elevato, i pensieri non funzionano come riflessioni deliberate o come segnali affidabili di ciò che si desidera o si è, ma come contenuti automatici che emergono e si impongono, spesso accompagnati dal bisogno di controllare, verificare o rassicurarsi. Questo processo può diventare molto faticoso e dare la sensazione di avere “qualcosa che non appartiene” dentro la propria mente.
In queste condizioni, cercare di capire il significato dei pensieri o di arrivare a conclusioni su di sé tende a non portare sollievo, perché l’ansia non si riduce attraverso l’analisi del contenuto, ma attraverso la riduzione del rimuginio e dell’ipercontrollo. Più si tenta di risolvere il dubbio, più il dubbio rimane attivo.
È importante sottolineare che ciò che sta vivendo non definisce chi è, né obbliga a trarre conclusioni sulla propria identità. In momenti di forte stress emotivo e psicologico, la mente può produrre pensieri molto distanti dall’esperienza abituale di sé, senza che questo abbia un significato profondo o permanente.
La priorità, in questa fase, è ridurre il livello di sofferenza e recuperare una maggiore stabilità interna.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicosessuologa clinica, Counselor relazionale
il vissuto che descrive è caratterizzato da una sofferenza intensa e continuativa, alimentata da pensieri che si presentano in modo insistente e che tendono a occupare gran parte della sua attenzione. In questi stati di forte attivazione ansiosa, la mente può fissarsi su temi particolarmente sensibili per l’identità personale, trasformandoli in dubbi ricorrenti che non trovano una risposta stabile. Quando il livello di ansia è elevato, i pensieri non funzionano come riflessioni deliberate o come segnali affidabili di ciò che si desidera o si è, ma come contenuti automatici che emergono e si impongono, spesso accompagnati dal bisogno di controllare, verificare o rassicurarsi. Questo processo può diventare molto faticoso e dare la sensazione di avere “qualcosa che non appartiene” dentro la propria mente.
In queste condizioni, cercare di capire il significato dei pensieri o di arrivare a conclusioni su di sé tende a non portare sollievo, perché l’ansia non si riduce attraverso l’analisi del contenuto, ma attraverso la riduzione del rimuginio e dell’ipercontrollo. Più si tenta di risolvere il dubbio, più il dubbio rimane attivo.
È importante sottolineare che ciò che sta vivendo non definisce chi è, né obbliga a trarre conclusioni sulla propria identità. In momenti di forte stress emotivo e psicologico, la mente può produrre pensieri molto distanti dall’esperienza abituale di sé, senza che questo abbia un significato profondo o permanente.
La priorità, in questa fase, è ridurre il livello di sofferenza e recuperare una maggiore stabilità interna.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicosessuologa clinica, Counselor relazionale
Gentile utente,
da ciò che descrive emerge un quadro di ansia intensa accompagnata da pensieri intrusivi, dubbi persistenti, controllo continuo (check), evitamenti e compulsioni mentali, che hanno iniziato a manifestarsi in un periodo di forte stress emotivo, familiare e personale. Questo è un elemento centrale da tenere in considerazione.
È importante chiarire alcuni punti fondamentali:
L’orientamento sessuale e l’identità di genere non si “diventano” per paura, stress o suggestione, né emergono all’improvviso sotto forma di pensieri intrusivi angoscianti. Quando una persona scopre aspetti autentici di sé, questi sono in genere accompagnati da un senso di riconoscimento, coerenza interna, curiosità o piacere, non da rifiuto, panico, disgusto e bisogno compulsivo di rassicurazione.
I pensieri che descrive (“e se fossi gay?”, “e se non fossi davvero un uomo?”), il bisogno continuo di analizzarli, testarli, neutralizzarli, il monitoraggio delle sensazioni corporee e delle reazioni emotive, sono tipici dei meccanismi ossessivi, in particolare di forme di DOC a contenuto sessuale e identitario. In questi casi il problema non è il contenuto del pensiero, ma il modo in cui il pensiero viene vissuto e gestito.
Il fatto che l’eccitazione spontanea e la fantasia siano orientate verso il femminile, che non vi sia attrazione verso gli uomini e che la sua storia affettiva sia stata coerente nel tempo, non “dimostra” qualcosa da difendere, ma è coerente con l’idea che l’angoscia non stia rivelando una verità nascosta, bensì alimentando un dubbio patologico.
Il concetto di “omosessualità latente”, soprattutto se usato in modo generico e non contestualizzato, non è utile clinicamente e può aumentare notevolmente l’ansia, come sembra essere accaduto nel suo caso.
Il ritorno dell’ansia nonostante la terapia farmacologica può accadere: i farmaci possono ridurre l’intensità dei sintomi, ma da soli raramente risolvono il meccanismo ossessivo, che va affrontato con un lavoro psicoterapeutico mirato.
La sensazione che descrive di avere “un intruso dentro casa” è una metafora molto efficace di come funzionano i pensieri ossessivi: sono vissuti come estranei, imposti, non voluti e profondamente disturbanti.
Proprio per questo, è fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista della salute mentale, preferibilmente uno psicoterapeuta esperto in disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo, che possa aiutarla a comprendere e trattare il funzionamento del problema, al di là dei singoli contenuti dei pensieri.
Con il giusto inquadramento clinico e un percorso adeguato, questo tipo di sofferenza può essere significativamente ridotta.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che descrive emerge un quadro di ansia intensa accompagnata da pensieri intrusivi, dubbi persistenti, controllo continuo (check), evitamenti e compulsioni mentali, che hanno iniziato a manifestarsi in un periodo di forte stress emotivo, familiare e personale. Questo è un elemento centrale da tenere in considerazione.
È importante chiarire alcuni punti fondamentali:
L’orientamento sessuale e l’identità di genere non si “diventano” per paura, stress o suggestione, né emergono all’improvviso sotto forma di pensieri intrusivi angoscianti. Quando una persona scopre aspetti autentici di sé, questi sono in genere accompagnati da un senso di riconoscimento, coerenza interna, curiosità o piacere, non da rifiuto, panico, disgusto e bisogno compulsivo di rassicurazione.
I pensieri che descrive (“e se fossi gay?”, “e se non fossi davvero un uomo?”), il bisogno continuo di analizzarli, testarli, neutralizzarli, il monitoraggio delle sensazioni corporee e delle reazioni emotive, sono tipici dei meccanismi ossessivi, in particolare di forme di DOC a contenuto sessuale e identitario. In questi casi il problema non è il contenuto del pensiero, ma il modo in cui il pensiero viene vissuto e gestito.
Il fatto che l’eccitazione spontanea e la fantasia siano orientate verso il femminile, che non vi sia attrazione verso gli uomini e che la sua storia affettiva sia stata coerente nel tempo, non “dimostra” qualcosa da difendere, ma è coerente con l’idea che l’angoscia non stia rivelando una verità nascosta, bensì alimentando un dubbio patologico.
Il concetto di “omosessualità latente”, soprattutto se usato in modo generico e non contestualizzato, non è utile clinicamente e può aumentare notevolmente l’ansia, come sembra essere accaduto nel suo caso.
Il ritorno dell’ansia nonostante la terapia farmacologica può accadere: i farmaci possono ridurre l’intensità dei sintomi, ma da soli raramente risolvono il meccanismo ossessivo, che va affrontato con un lavoro psicoterapeutico mirato.
La sensazione che descrive di avere “un intruso dentro casa” è una metafora molto efficace di come funzionano i pensieri ossessivi: sono vissuti come estranei, imposti, non voluti e profondamente disturbanti.
Proprio per questo, è fortemente consigliabile approfondire la situazione con uno specialista della salute mentale, preferibilmente uno psicoterapeuta esperto in disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo, che possa aiutarla a comprendere e trattare il funzionamento del problema, al di là dei singoli contenuti dei pensieri.
Con il giusto inquadramento clinico e un percorso adeguato, questo tipo di sofferenza può essere significativamente ridotta.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Signore,
il racconto che porta è molto intenso e restituisce con chiarezza quanto questa esperienza stia occupando la Sua vita mentale ed emotiva. È importante dirlo subito: ciò che descrive **non parla di un cambiamento reale del Suo orientamento o della Sua identità**, ma di un vissuto di **ansia profonda con pensieri intrusivi e compulsioni**, che si è innestato in un momento di forte vulnerabilità personale.
Lei colloca con precisione l’inizio di tutto: un periodo già carico di ansia per il futuro, difficoltà familiari, la chiusura di relazioni importanti, una sensazione di instabilità generale. In questo contesto, un’idea — ascoltata indirettamente, non vissuta in prima persona — ha funzionato come un **innesco**, non come una rivelazione. Non è l’argomento in sé a essere centrale, ma il modo in cui la Sua mente, sotto stress, vi si è aggrappata.
La “voce” che descrive, le immagini intrusive, il bisogno continuo di controllare, testare, verificare, osservare le reazioni del corpo, confrontarle, analizzarle, sono tutti elementi tipici di un funzionamento ossessivo. Non sono desideri, non sono segnali nascosti, non sono verità che cercano di emergere: sono **pensieri intrusivi egodistonici**, cioè vissuti come estranei, indesiderati, minacciosi. Il fatto che Lei provi rifiuto, paura, disgusto o totale assenza di piacere verso l’idea stessa di un coinvolgimento con uomini è un elemento clinicamente rilevante.
Anche il passaggio del dubbio dall’orientamento all’identità di genere non è casuale: quando l’ansia non trova più appigli su un tema, si sposta su un altro, mantenendo intatta la struttura del dubbio assoluto (“e se…?”). Non è una ricerca autentica di sé, ma un meccanismo di allarme che non riesce a spegnersi.
Le parole che usa sono molto significative: *“un intruso dentro casa”*. Questo rende bene l’esperienza di chi vive un’ossessione: qualcosa che non ha chiesto, che non sente come proprio, ma che occupa spazio, tempo, energia, fino a soffocare il resto. E ha ragione quando dice che, se si fosse trattato di qualcosa di latente, sarebbe stato graduale, coerente con la Sua storia, accompagnato da piacere e non da terrore. L’orientamento e l’identità non emergono attraverso il panico.
Rispetto al percorso farmacologico, è comprensibile che le variazioni di dosaggio abbiano influito sull’ansia e sul rimuginio. Tuttavia, il farmaco da solo non può risolvere il significato profondo di ciò che sta accadendo. Qui non si tratta di “scoprire chi è”, ma di **ricostruire un senso di sicurezza interna**, di fiducia nella Sua esperienza, di separazione tra ciò che pensa e ciò che è.
In una prospettiva umanistica, il punto non è smontare il dubbio pezzo per pezzo, ma comprendere **perché proprio ora la Sua mente ha avuto bisogno di aggrapparsi a questa paura**, e cosa sta cercando di proteggere. Spesso l’ossessione arriva quando l’identità è già messa alla prova da altri cambiamenti: l’uscita di casa, il passaggio all’età adulta, le relazioni che finiscono, il futuro che incombe.
Un lavoro terapeutico mirato può aiutarLa a:
* ridurre il potere dei pensieri intrusivi senza doverli confutare,
* interrompere il ciclo di controllo e compulsione,
* recuperare un senso di continuità e fiducia nella Sua storia personale,
* distinguere l’ansia da ciò che realmente sente e desidera.
Un colloquio conoscitivo potrebbe offrirLe uno spazio sicuro in cui portare tutto questo senza essere etichettato, interpretato o forzato in direzioni che non sente Sue. Un luogo in cui l’obiettivo non è decidere “chi è”, ma permetterLe di tornare a vivere senza sentirsi costantemente sotto minaccia.
Se lo desidera, resto disponibile ad accoglierLa. Non è Lei il problema: è una sofferenza che chiede ascolto e un accompagnamento adeguato.
il racconto che porta è molto intenso e restituisce con chiarezza quanto questa esperienza stia occupando la Sua vita mentale ed emotiva. È importante dirlo subito: ciò che descrive **non parla di un cambiamento reale del Suo orientamento o della Sua identità**, ma di un vissuto di **ansia profonda con pensieri intrusivi e compulsioni**, che si è innestato in un momento di forte vulnerabilità personale.
Lei colloca con precisione l’inizio di tutto: un periodo già carico di ansia per il futuro, difficoltà familiari, la chiusura di relazioni importanti, una sensazione di instabilità generale. In questo contesto, un’idea — ascoltata indirettamente, non vissuta in prima persona — ha funzionato come un **innesco**, non come una rivelazione. Non è l’argomento in sé a essere centrale, ma il modo in cui la Sua mente, sotto stress, vi si è aggrappata.
La “voce” che descrive, le immagini intrusive, il bisogno continuo di controllare, testare, verificare, osservare le reazioni del corpo, confrontarle, analizzarle, sono tutti elementi tipici di un funzionamento ossessivo. Non sono desideri, non sono segnali nascosti, non sono verità che cercano di emergere: sono **pensieri intrusivi egodistonici**, cioè vissuti come estranei, indesiderati, minacciosi. Il fatto che Lei provi rifiuto, paura, disgusto o totale assenza di piacere verso l’idea stessa di un coinvolgimento con uomini è un elemento clinicamente rilevante.
Anche il passaggio del dubbio dall’orientamento all’identità di genere non è casuale: quando l’ansia non trova più appigli su un tema, si sposta su un altro, mantenendo intatta la struttura del dubbio assoluto (“e se…?”). Non è una ricerca autentica di sé, ma un meccanismo di allarme che non riesce a spegnersi.
Le parole che usa sono molto significative: *“un intruso dentro casa”*. Questo rende bene l’esperienza di chi vive un’ossessione: qualcosa che non ha chiesto, che non sente come proprio, ma che occupa spazio, tempo, energia, fino a soffocare il resto. E ha ragione quando dice che, se si fosse trattato di qualcosa di latente, sarebbe stato graduale, coerente con la Sua storia, accompagnato da piacere e non da terrore. L’orientamento e l’identità non emergono attraverso il panico.
Rispetto al percorso farmacologico, è comprensibile che le variazioni di dosaggio abbiano influito sull’ansia e sul rimuginio. Tuttavia, il farmaco da solo non può risolvere il significato profondo di ciò che sta accadendo. Qui non si tratta di “scoprire chi è”, ma di **ricostruire un senso di sicurezza interna**, di fiducia nella Sua esperienza, di separazione tra ciò che pensa e ciò che è.
In una prospettiva umanistica, il punto non è smontare il dubbio pezzo per pezzo, ma comprendere **perché proprio ora la Sua mente ha avuto bisogno di aggrapparsi a questa paura**, e cosa sta cercando di proteggere. Spesso l’ossessione arriva quando l’identità è già messa alla prova da altri cambiamenti: l’uscita di casa, il passaggio all’età adulta, le relazioni che finiscono, il futuro che incombe.
Un lavoro terapeutico mirato può aiutarLa a:
* ridurre il potere dei pensieri intrusivi senza doverli confutare,
* interrompere il ciclo di controllo e compulsione,
* recuperare un senso di continuità e fiducia nella Sua storia personale,
* distinguere l’ansia da ciò che realmente sente e desidera.
Un colloquio conoscitivo potrebbe offrirLe uno spazio sicuro in cui portare tutto questo senza essere etichettato, interpretato o forzato in direzioni che non sente Sue. Un luogo in cui l’obiettivo non è decidere “chi è”, ma permetterLe di tornare a vivere senza sentirsi costantemente sotto minaccia.
Se lo desidera, resto disponibile ad accoglierLa. Non è Lei il problema: è una sofferenza che chiede ascolto e un accompagnamento adeguato.
Buongiorno ragazzᵊ universitariᵊ. La ringrazio per aver condiviso in questo luogo i suoi dubbi e le sue perplessità, dandoci la possibilità di aprire delle porte che difficilmente si ha il coraggio di aprire, in quanto poco si conosce di quello che si potrebbe trovare dall'altra parte. Il tema dell'orientamento sessuale è molto vasto, difficilmente si può concludere con una risposta a un interrogativo che, da quello che ho potuto comprendere, la preoccupa. Se ha piacere ne potremo parlare insieme, anche solo per una consulenza.
Le auguro una buona serata.
Dott.ssa Silvia Sorà
Le auguro una buona serata.
Dott.ssa Silvia Sorà
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