Salve. Premetto che io ho un attaccamento ansioso (vado in terapia). Dopo 6 anni di relazione (io 28

9 risposte
Salve. Premetto che io ho un attaccamento ansioso (vado in terapia). Dopo 6 anni di relazione (io 28, lui 25 anni) ci siamo lasciati di comune accordo. Non mancava il sentimento, ma lui non accetta le critiche e tende a scappare dai problemi e i litigi si accumulavano. Lui si è subito messo con un'altra. Verso la fine della relazione non riuscivo neanche più ad avere un contatto fisico con lui, ora che l'ho visto sembra che mi piaccia ancora. Sono confusa e lui non fa che aumentare la confusione. L'altro giorno ci siamo incontrati per chiarire alcune cose e ha insistito nel farmi molti complimenti su quello che sto facendo, sulla nostra storia, sul fatto che era felice che stavamo parlando senza arrabbiarci. Ha detto che la relazione con l'altra ragazza non è paragonabile alla nostra, che io sono stata molto importante per lui e che ha passato anni bellissimi e che mi vuole bene. Quando gli ho spiegato che io avrei preferito chiudere per dedicarci a risolvere i nostri problemi da soli (dato che non è voluto venire in terapia con me) e che non era una questione di fine del sentimento almeno da parte mia, lui ha tenuto a sottolineare che non devo pensare che lui "sia partito per la tangente" per l'altra ragazza, come se stessi ingigantendo la cosa. Avevo cominciato a riprendermi ma questo incontro confusionario mi ha mandata in tilt e sono stata di nuovo male. Sembra quasi che voglia tenere il piede in due scarpe per sicurezza. Non so come interpretarlo. Io credo davvero che facendo terapia i nostri problemi si sarebbero risolti, anche perché mi guardava come se fossi l'unica donna sulla faccia della terra (e un po' lo fa ancora). Vorrei alcuni consigli su come comportarmi, grazie.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,

grazie per aver condiviso una parte così intima e delicata della sua esperienza.

Quello che racconta è il vissuto complesso di una relazione che ha avuto una forte intensità emotiva, ma anche dinamiche disfunzionali che l’hanno resa faticosa. Il suo attaccamento ansioso – che ha già riconosciuto e sta affrontando in terapia – può far sì che momenti di vicinanza o di apertura da parte dell’ex partner riattivino speranze e sentimenti profondi, rendendo difficile mantenere il distacco e la chiarezza necessaria per proteggersi.

Il comportamento del suo ex, come lo descrive, può effettivamente risultare ambivalente: da un lato si mostra affettuoso, nostalgico, pieno di apprezzamenti verso di lei; dall’altro ha già intrapreso una nuova relazione e non sembra voler prendersi la responsabilità di fare chiarezza. Questo tipo di atteggiamento può contribuire a farla sentire confusa, come se avesse ancora delle possibilità, ma senza un reale impegno da parte sua.

Il fatto che lui non abbia voluto affrontare un percorso di coppia per lavorare sulle difficoltà e che abbia scelto di voltare pagina rapidamente, pur continuando a cercarla e a sottolineare il legame che vi ha uniti, suggerisce la possibilità che stia cercando di placare il senso di colpa o il vuoto lasciato dalla vostra storia. Questo però rischia di bloccare lei nel suo percorso di guarigione, impedendole di prendere davvero le distanze e riorientarsi verso il proprio benessere.

È comprensibile sentire nostalgia, attrazione o perfino amore residuo, ma è importante chiedersi: che tipo di amore voglio per me? Un amore che mi fa sentire stabile, scelta e rispettata oppure un amore che mi lascia in dubbio, confusa e vulnerabile?

In situazioni come questa, può essere utile stabilire dei confini chiari per proteggersi: ad esempio limitare o interrompere temporaneamente i contatti, non per punire l’altro, ma per permettersi uno spazio emotivo in cui curare le proprie ferite senza continue riattivazioni.

Ha già compiuto un passo importante iniziando la terapia individuale. Per elaborare appieno questa fase di separazione e fare chiarezza su ciò che desidera davvero per sé e per le sue relazioni future, sarebbe utile e consigliato approfondire questi aspetti con uno specialista.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi – Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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Dott.ssa Arianna Amatruda
Psicologo, Psicologo clinico
Nocera Inferiore
Il tuo vissuto è molto lucido e profondo, e mostra quanto ti stia impegnando nel comprendere i tuoi bisogni emotivi. Il suo atteggiamento può riattivare in te dinamiche legate all’attaccamento ansioso: vicinanza seguita da distacco crea confusione e riaccende la speranza. È importante chiederti se oggi ti sentiresti al sicuro e ascoltata in una relazione con lui, al di là del sentimento
Dott. Francesco Damiano Logiudice
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Buongiorno, il distacco è sempre difficile.
Ha scritto.che va in terapia, immagino che affronti questo tema.in quella sede.
Il mio consiglio è di accogliere e.stare nella confusione, senza necessariamente prendere decisioni
Un saluto
Claudia m
Dott.ssa Sandra Petralli
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pontedera
Salve, comprendere come comportarsi dopo una rottura, soprattutto in presenza di un attaccamento ansioso, può diventare particolarmente difficile, poiché la mente tende a riattivare il legame anche in assenza di un reale progetto condiviso. Quello che descrive è un incontro carico di ambiguità emotiva, dove parole affettuose e rassicuranti da parte del suo ex compagno hanno riattivato il dubbio, il desiderio e il bisogno di chiarezza.
Va riconosciuto il suo grande lavoro di consapevolezza: è in terapia, ha compreso le dinamiche disfunzionali della relazione (fuga dal conflitto, rifiuto del confronto, idealizzazione), ha cercato il dialogo e si è assunta la responsabilità delle sue emozioni. Il problema non è il sentimento in sé, ma la modalità con cui si sta tenendo viva la relazione, che oggi sembra più basata sulla confusione, sull’irrisolto e sull’ambivalenza che su una reale intenzione di costruire qualcosa di nuovo e sano.
Le sue parole, "sembra quasi che voglia tenere il piede in due scarpe", sono purtroppo molto lucide. Il fatto che lui oggi sia in un’altra relazione ma continui a cercarla emotivamente, lusingandola, condividendo ricordi idealizzati e parlando di “quanto è stato bello”, può essere letto come una forma di mantenimento del legame senza l’assunzione di alcuna responsabilità reale.
In chi ha un attaccamento ansioso, questo tipo di comportamento dell’altro attiva un forte senso di speranza e un bisogno di rassicurazione, ma spesso a scapito della propria chiarezza interiore. Lei stessa ha percepito un peggioramento del suo benessere subito dopo l’incontro, e questo è un dato importante da non ignorare.
In sintesi
Mantenga salda la sua decisione di lavorare su di sé e di proseguire il suo percorso psicoterapeutico, valuti l’opportunità di prendersi uno spazio reale di distanza, valuti ciò che oggi le manca da ciò che davvero le serve.
Si ricordi che il desiderio dell’altro, se non è accompagnato da un progetto concreto e coerente, può essere anche solo una forma di auto-consolazione narcisistica da parte sua, e non un reale gesto d’amore.
Ha ogni diritto di provare ciò che prova, ma si protegga. E scelga non in base a ciò che le viene detto, ma in base a come si sente davvero dopo ogni interazione.
Resto a disposizione.
Saluti, dott.ssa Sandra Petralli
Dott. Mario Arena
Psicoterapeuta, Psicologo
Cinisello Balsamo
Moltissime persone hanno paura a guardarsi dentro, forse i vostri problemi si sarebbero quanto meno scoperchiati e ognuno di voi avrebbe dovuto farsi carico delle proprie lacune e non tutti vogliono risolvere quello che non funziona (anche se può sembrare paradossale). Non credo che lei abbia bisogno di consigli ma semmai di interrogarsi quale sia il suo sentimento per questo ragazzo, se il rapporto è sano e prolifico, nel senso che le porta un diffuso benessere interiore o al contrario logorante, e solo lei può darsi delle risposte. Spero di averle creato uno spunto su cui riflettere.
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Dott. Francesco Paolo Coppola, (Napoli on line o in presenza), info: psicologonapoli org e il mio PROFILO su MioDottore
2 agosto 2025
Dove nasce la confusione
Un antico testo indiano dice:
Siamo ciò che pensiamo.
Con i nostri pensieri creiamo il mondo.
Da quei pensieri, giorno dopo giorno, costruiamo la nostra storia personale, e da lì ricaviamo un’identità: un “io” che crediamo reale.
Ma quell’io non è stabile. È solo un nome: Francesco, Maria, Barbara…

Un insieme mutevole di esperienze, ricordi e reazioni che ci convinciamo essere “noi stessi”.
In realtà, ciò che chiamiamo “io” è transitorio, permeabile, parziale.
Non coglie la verità: registra solo le nostre considerazioni.
Non vede i fatti: li interpreta.

Anche la grammatica ci abitua a credere che ci sia sempre un soggetto solido dietro le frasi. Ma l’“io” è spesso solo una funzione narrativa, costruita a posteriori per dare senso a ciò che sentiamo.

Poi accade qualcosa — una perdita, una rottura, una relazione ambigua — e tutta quella struttura vacilla.

Non è l’altro che ci confonde.
È il nostro attaccamento a un’immagine mentale dell’amore, del valore, della salvezza.
Questo si chiama idealizzazione.
Non vediamo l’altro per com’è, ma per ciò che rappresenta per la nostra storia passata, per il nostro bisogno, per la nostra paura.

E allora nasce la confusione.

Cerchiamo risposte nella mente dell’altro, pensiamo di trovare pace capendo cosa prova, cosa pensa, cosa vuole.
Ma intanto ci allontaniamo da noi stessi.

Diciamo:

“Guarda come mi ha ferito, come mi ha illuso…”

E non ci accorgiamo che viviamo dentro un pensiero, non dentro la realtà.
Un pensiero che ci struttura, ma che ci separa.

La verità non sta nei pensieri. Sta nei fatti.
E i fatti, se vengono osservati senza interpretazione continua, parlano da soli.

Cosa fare allora?

Osservare. Non inseguire. Non difendere l’Io.
Riconoscere che sotto la costruzione mentale di ciò che pensiamo di essere, esiste qualcosa di molto più stabile:
una presenza continua, silenziosa, non contrattabile.
Una base che non ha bisogno di ruoli, né di spiegazioni.

Se non riconosciamo questa base, ci sarà solo dolore e confusione.
Perché continueremo a cercare fuori qualcosa che manca dentro.

La direzione vera — in psicoterapia come in meditazione — non è rafforzare l’io, ma disidentificarsi dalla sua voce.
Non aggrapparsi al concetto di “me stesso”, ma vedere come quel concetto nasce, si muove, si dissolve.

La comprensione, quella vera, non è un concetto. È un fatto che si rivela da sé.
Solo nella presenza.
Solo nel silenzio.
Dott.ssa Paola Langella
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Siano
salve, provi ad abbassare il volume! a volte capita che le parole ci mettano in confusione e allora proviamo a guardare solo le azioni. cosa resta?
Dott. Simone Ciuffi
Psicoterapeuta, Psicologo, Terapeuta
Sambuceto
La sua terapeuta o il suo terapeuta non le ha detto qualcosa circa questa difficoltà ad accettare la separazione?

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