Salve a tutti, mio padre (77 anni, sovrappeso, iperteso sotto farmaci, non fumatore, non bevitore,
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Salve a tutti,
mio padre (77 anni, sovrappeso, iperteso sotto farmaci, non fumatore, non bevitore, nessuna altra malattia specifica) manifesta dolori molto forti interpretati inizialmente come coliche renali (di cui ha sofferto decenni fa) all'altezza del rene. Dopo 15 giorni di apparenti coliche i dolori sono passati senza l'espulsione di nessun calcolo. Ogni tanto tali dolori ricompaiono, senza altri sintomi, per poi sparire autonomamente o dopo somministrazione di ibuprofene. Svariate ecografie non hanno portato a nulla, se non a identificare una generica dilatazione del rene, del calice e dell'uretere sinistro. Non è stata eseguita una TAC a causa di una supposta gammopatia monoclonale evinta da un errore di laboratorio, poi smentita.
Pochi giorni fa il dolore si è manifestato di nuovo, questa volta con febbre oscillante tra 37,3 e 38,9 °C, per poi sparire la mattina successiva, ma la febbre è rimasta, sempre oscillante in quel range e senza altri sintomi. C'era una visita urologica fissata (a causa degli episodi precedenti, non in seguito a questo) per il giorno successivo quando un medico amico di famiglia ha somministrato Levofloxacina "per evitare una sepsi" (testualmente). Un altro medico amcio di famiglia ha definito incauta quest'operazione in quanto
a) la recente nota dell'AIFA sconsiglia fortemente di somministrare fluorochinoloni se non strettamente necessario
b) la somministrazione di qualsivoglia antibiotico il giorno prima di una visita non era indispensabile di per sé e incongrua in assenza di una diagnosi precisa.
La guardia medica, interrogata sulla faccenda, ha suggerito di vigilare fino alla visita del giorno dopo eventualmente ricorrendo a un antipiretico in caso di aumento eccessivo della temperatura e/o a un FANS per il dolore.
La visita urologica ha infine confermato la necessità di una TAC per giungere a una diagnosi, constatato un'idronefrosi, e ha avvallato la somministrazione di Levofloxicina per altri 8 giorni.
Nel frattempo il quadro di mio padre è stabile, a parte un po' di spossatezza dovuta alla febbre, e i dolori sono ancora una volta spariti senza altri sintomi.
La domanda è questa: chi ha ragione sull'antibiotico? Il primo medico e l'urologo, o il secondo medico e la guardia medica?
So che gli effetti collaterali di qualsiasi farmaco sono spaventevoli e che bisogna ragionare in termini di rapporto rischi-benefici, ma poi nel concreto è difficile e in ogni caso sarei interessato a conoscere il principio scientificamente fondato.
mio padre (77 anni, sovrappeso, iperteso sotto farmaci, non fumatore, non bevitore, nessuna altra malattia specifica) manifesta dolori molto forti interpretati inizialmente come coliche renali (di cui ha sofferto decenni fa) all'altezza del rene. Dopo 15 giorni di apparenti coliche i dolori sono passati senza l'espulsione di nessun calcolo. Ogni tanto tali dolori ricompaiono, senza altri sintomi, per poi sparire autonomamente o dopo somministrazione di ibuprofene. Svariate ecografie non hanno portato a nulla, se non a identificare una generica dilatazione del rene, del calice e dell'uretere sinistro. Non è stata eseguita una TAC a causa di una supposta gammopatia monoclonale evinta da un errore di laboratorio, poi smentita.
Pochi giorni fa il dolore si è manifestato di nuovo, questa volta con febbre oscillante tra 37,3 e 38,9 °C, per poi sparire la mattina successiva, ma la febbre è rimasta, sempre oscillante in quel range e senza altri sintomi. C'era una visita urologica fissata (a causa degli episodi precedenti, non in seguito a questo) per il giorno successivo quando un medico amico di famiglia ha somministrato Levofloxacina "per evitare una sepsi" (testualmente). Un altro medico amcio di famiglia ha definito incauta quest'operazione in quanto
a) la recente nota dell'AIFA sconsiglia fortemente di somministrare fluorochinoloni se non strettamente necessario
b) la somministrazione di qualsivoglia antibiotico il giorno prima di una visita non era indispensabile di per sé e incongrua in assenza di una diagnosi precisa.
La guardia medica, interrogata sulla faccenda, ha suggerito di vigilare fino alla visita del giorno dopo eventualmente ricorrendo a un antipiretico in caso di aumento eccessivo della temperatura e/o a un FANS per il dolore.
La visita urologica ha infine confermato la necessità di una TAC per giungere a una diagnosi, constatato un'idronefrosi, e ha avvallato la somministrazione di Levofloxicina per altri 8 giorni.
Nel frattempo il quadro di mio padre è stabile, a parte un po' di spossatezza dovuta alla febbre, e i dolori sono ancora una volta spariti senza altri sintomi.
La domanda è questa: chi ha ragione sull'antibiotico? Il primo medico e l'urologo, o il secondo medico e la guardia medica?
So che gli effetti collaterali di qualsiasi farmaco sono spaventevoli e che bisogna ragionare in termini di rapporto rischi-benefici, ma poi nel concreto è difficile e in ogni caso sarei interessato a conoscere il principio scientificamente fondato.
Allo stato dei dati forniti ha ragione la guardia medica e il secondo medico: i fluorchinoloni si somministrano se e solo se ci sia la necessità assoluta (non sostituibili) e solo sulla base di una urinocoltura significativamente positiva (la ragione è che inducono danni e disfunzioni anche serie alle strutture fibrose, quelle tendinee in particolare, oltre ad un'altra serie di danni immuno-vascolari): basta andare sul sito dell'AIFA per avere tutta la documentazione di merito L'esito della TAC (suppongo e spero contrastografica) non giustifica in sé la somministrazione né di quello né di altri antibiotici che finiscono solo per dare effetti negativi senza nulla risolvere. Ha una idronefrosi da quale ragione? Restringimento del giunto, incuneamento di un calcolo nella via urinaria, ostruzione prostatica? Più ragioni concorrenti? Queste vanno risolte altrimenti non si risolverà nulla. Suo padre poi è sovrappeso (siamo sicuri che non sia già nel quadro di obesità, magari prevalentemente addominale?) che certo non aiuta tutta la situazione (magari mette in conto anche un problema scheletrico-muscolare) oltre a sostenere il quadro disfunzionale cardiovascolare (ipertensione e magari altro). peraltro l'ipertensione può anche derivare dallo stato di sofferenza renale indotto dallo stato idronefrotico. Un quadro complessivo, congiunto all'età, non semplice da gestire, ma occorre farlo e devono essere i medici a cui fate riferimento che devono farlo senza inseguire ora un sintomo ora l'altro.
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