Ho provato di tutto, psicoterapia, diverse cure ma l ansia feroce non passa, anzi aumenta. Mi hanno
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Ho provato di tutto, psicoterapia, diverse cure ma l ansia feroce non passa, anzi aumenta. Mi hanno detto che devo imparare a convivere con l ansia, ma per me è insopportabile. Tutti mi sconsigliano un ricovero perché non risolverebbe il problema. Aiuto !!!
L'ansia è un problema complesso ma risolvibile, non demorda, esistono diverse terapie (farmacologiche e/o psicoterapiche) che può discutere con uno specialista, ma appunto non demorda, perchè non è un qualcosa con cui bisogna necessariamente "conviverci".
Cordiali saluti
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Gentile utente,
leggere le sue parole trasmette in modo vivido il senso di sfinimento e di disperazione che sta vivendo, ed è doveroso prima di tutto validare la sua sofferenza: sentirsi dire di "imparare a convivere" con un'ansia che definisce feroce può suonare non solo frustrante, ma quasi come una condanna medica che lei giustamente non riesce ad accettare.
Quando un paziente ha la percezione di aver "provato tutto" senza risultati, spesso significa che si è insistito molto su una certa classe di farmaci o su un approccio standard che, per ragioni biologiche individuali, su di lei non ha fatto presa, ma questo non implica che non esistano altre strade farmacologiche ancora inesplorate.
In psichiatria esiste la cosiddetta "pseudo-resistenza", ovvero situazioni in cui l'ansia non passa perché magari non è un disturbo d'ansia puro, ma la manifestazione di un disturbo dell'umore sottostante o di una disregolazione che richiede stabilizzatori o farmaci diversi dai classici antidepressivi serotoninergici che forse ha già assunto.
Riguardo al ricovero, il consiglio che le hanno dato di evitarlo si riferisce solitamente ai reparti di psichiatria d'urgenza (SPDC), che sono strutturati per gestire le acuzie comportamentali e non per impostare terapie fini per l'ansia resistente, rischiando talvolta di essere ambienti traumatici per chi è già molto fragile.
Tuttavia, esistono strutture riabilitative o cliniche convenzionate dedicate ai disturbi dell'umore che lavorano con tempi più distesi e che potrebbero offrirle quel "porto sicuro" temporaneo per resettare la terapia sotto monitoraggio costante, opzione che potrebbe essere rivalutata se la gestione ambulatoriale è diventata davvero insostenibile.
Le suggerisco di non arrendersi all'idea della cronicità, ma di chiedere una "second opinion" a uno specialista esperto in psicofarmacologia resistente, perché l'obiettivo clinico non deve essere la sopportazione passiva, ma la remissione dei sintomi.
Resto a disposizione per eventuali necessità, un caro saluto.
leggere le sue parole trasmette in modo vivido il senso di sfinimento e di disperazione che sta vivendo, ed è doveroso prima di tutto validare la sua sofferenza: sentirsi dire di "imparare a convivere" con un'ansia che definisce feroce può suonare non solo frustrante, ma quasi come una condanna medica che lei giustamente non riesce ad accettare.
Quando un paziente ha la percezione di aver "provato tutto" senza risultati, spesso significa che si è insistito molto su una certa classe di farmaci o su un approccio standard che, per ragioni biologiche individuali, su di lei non ha fatto presa, ma questo non implica che non esistano altre strade farmacologiche ancora inesplorate.
In psichiatria esiste la cosiddetta "pseudo-resistenza", ovvero situazioni in cui l'ansia non passa perché magari non è un disturbo d'ansia puro, ma la manifestazione di un disturbo dell'umore sottostante o di una disregolazione che richiede stabilizzatori o farmaci diversi dai classici antidepressivi serotoninergici che forse ha già assunto.
Riguardo al ricovero, il consiglio che le hanno dato di evitarlo si riferisce solitamente ai reparti di psichiatria d'urgenza (SPDC), che sono strutturati per gestire le acuzie comportamentali e non per impostare terapie fini per l'ansia resistente, rischiando talvolta di essere ambienti traumatici per chi è già molto fragile.
Tuttavia, esistono strutture riabilitative o cliniche convenzionate dedicate ai disturbi dell'umore che lavorano con tempi più distesi e che potrebbero offrirle quel "porto sicuro" temporaneo per resettare la terapia sotto monitoraggio costante, opzione che potrebbe essere rivalutata se la gestione ambulatoriale è diventata davvero insostenibile.
Le suggerisco di non arrendersi all'idea della cronicità, ma di chiedere una "second opinion" a uno specialista esperto in psicofarmacologia resistente, perché l'obiettivo clinico non deve essere la sopportazione passiva, ma la remissione dei sintomi.
Resto a disposizione per eventuali necessità, un caro saluto.
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