FAMIGLIA STREMATA DA SORELLA BORDERLINE Un saluto ai medici dello staff e grazie per il vostro se

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FAMIGLIA STREMATA DA SORELLA BORDERLINE

Un saluto ai medici dello staff e grazie per il vostro servizio.
Sono un uomo di 43 anni e Vi scrivo per chiedervi, più che un consulto psicologico in quanto tale, un consulto psichiatrico/legale, su una situazione familiare stremata da mia sorella affetta da grave disturbo della personalità borderline, dove a breve si rischierà la tragedia. Mi scuso già da ora per la lunghezza.

La storia parte da lontano, siamo 3 fratelli, io di 43 anni , mia sorella Border di 38, e un'altra sorella di 30.
Quella di mezzo, la border, é da oltre 20 anni che rovina la vita a tutti.

Era "particolare" e viziata fin da bambina, poi la situazione é peggiorata dopo la morte di nostra madre nel 2002.
Da lì ha cominciato a soffrire di strane e violente crisi isteriche dove a volte può finire in stato di semi-coscienza, ricordano a vederle delle crisi epilettiche ma non hanno origine organica, sono state definite "disturbo di conversione".

Dopo la morte di nostra madre, abbiamo continuato a vivere con nostro padre e nostra nonna, con entrambi mia sorella ha sempre avuto un rapporto conflittuale, arrivando anche ad alzare le mani alla nonna.

Data la situazione sempre più insostenibile, su sua stessa richiesta le abbiamo comprato una casetta dove vivere da sola, salvo poi sentirci accusati di averla abbandonata.

É in cura, per modo di dire, presso il CIM della nostra città, ma va quando le pare e non assume le medicine che le prescrivono per paura di ingrassare.

Percepisce una pensione di invalidità, é diplomata e ha tentato di lavorare in passato, ma si é sempre fatta cacciare da tutti i posti di lavoro per rapporti conflittuali con capo e/o colleghi o tentati suicidi sul posto di lavoro stesso.

Sempre a proposito di tentati suicidi, non basterebbero le dita di un millepiedi per contare quanti ne ha fatti, uno per ogni fidanzato che la lasciava appena si accorgeva della sua pazzia. Alcune volte é stata ricoverata in regime di PS presso qualche reparto psichiatrico ospedaliero, ma, essendo giurudicamente ancora considerata capace di intendere e di volere , quando si scocciava, firmava e usciva.

Economicamente siamo ancora tutti noi ad aiutarla, così come cerchiamo di aiutarla per farla uscire e svagarsi un po', altro che dice che la abbandoniamo (lei non guida e non prende i mezzi sempre per il disturbo che ha, le mettono ansia entrambe le cose).

Nonostante ciò é una accusa continua, anche con minacce e gesti violenti auto ed etero-lesionisti. Ricordo una volta che voleva andare a un centro commerciale, avevamo tutti da fare e non potevamo accompagnarla (io ad esempio ero a lavoro) , le le fu proposto di uscire il giorno dopo, cominciò a spaccare tutto dentro casa, piatti, bicchieri, ecc, furono i vicini a chiamare l'ambulanza, e il personale sanitario ovviamente chiese il nostro intervento, in quanto sempre noi figuriamo come j familiari più stretti.

Mia sorella più piccola é stata lasciata di recente dal fidanzato per questa situazione,e ancora non ha un lavoro stabile, io ci ho rimesso pure una relazione e un lavoro.... perché il tempo dedicato ad assistere nostra sorella border é molto maggiore rispetto a quello che dedichiamo ai nostri partner, e sul lavoro i permessi che dovevo prendere erano troppi, e il mio titolare non mi rinnovò il contratto.

In tutto ciò lei, grazie alla sua malattia, si sente creditrice verso tutti, come se tutto le sia dovuto. Rifiuta di curarsi seriamente e lo psichiatra dice che se non vuole andare in comunità, nessuno può costringerla.

Ma a questo punto, cari dottori, perché dobbiamo sentirci costretti noi?
Nostro padre é anziano e ancora lavora nonostante sia in pensione, per mantenerla.

Io e l'altra mia sorella , pur aiutandola come possiamo, ormai la odiamo, e siamo arrivati a dirle anche frasi molto forti sul fatto (vero) che ci ha rovinato l'esistenza, e che quando morirà forse torneremo a nascere. Dovrei vergognarmi forse a dirlo, e forse ci considererete dei mostri, ma bisogna vivere quello che viviamo noi per capire cosa si prova.

Gli psichiatri la vedono una volta al mese, gli uomini con cui si relaziona, la abbandonano tutti perché non sa gestire una relazione, alla fine chi é rimasto in tutti questi anni, IN TRINCEA annullando la propria vita siamo noi, la famiglia, su cui sputa pure continuamente in faccia.

Per quale motivo se per la legge é capace di intendere e di volere , per noi deve restare un cancro che NON VUOLE FARSI CURARE ma vuole capitalizzare le attenzioni di tutti?

Non rispondete per cortesia di andare dallo psicologo per un aiuto perché dallo psicologo ci siamo già stati tutti noi altri familiari, ed é stato proprio lui a dirci di mollarla.

Ricordo la sua frase: "SE CI SONO ANCHE CIECHI CHE SONO IN GRADO DI VIVERE DA SOLI, PERCHÈ VOSTRA SORELLA NON DOVREBBE?"

Grazie.
Ha Gia avuto la riposta !

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Dr. Mauro Adragna
Psichiatra, Psicoterapeuta
Palermo
Comprendo pienamente la situazione estremamente difficile che stai vivendo con tua sorella. Il disturbo borderline di personalità può effettivamente creare delle dinamiche familiari molto complesse e dolorose come quelle che descrivi.
Da un punto di vista psichiatrico, il quadro che delinei è tipico delle situazioni in cui un disturbo grave della personalità non viene adeguatamente trattato. Non aderire alle terapie farmacologiche, i comportamenti autolesivi, le crisi emotive intense e i conflitti relazionali sono tutti elementi caratteristici del disturbo.
Rispetto alla questione legale, hai toccato un punto cruciale: se tua sorella è giuridicamente capace di intendere e volere, non può essere obbligata a curarsi, se non nei casi di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), che però richiede condizioni specifiche e ha durata limitata. Questo crea una situazione paradossale in cui la sua libertà di scelta diventa un peso insostenibile per la famiglia.
Il suggerimento dello psicologo di "mollarla" non è privo di fondamento clinico. Spesso nelle situazioni come la vostra si crea una dipendenza emotiva reciproca che non aiuta né voi né lei. Il "distacco con amore" è un concetto che potrebbe aiutarti: significa stabilire confini chiari, mantenere una relazione ma senza sacrificare le vostre vite.
Potresti valutare alcune opzioni:
Consultare un avvocato specializzato in diritto di famiglia per valutare la possibilità di un'amministrazione di sostegno (meno drastica dell'interdizione)
Contattare associazioni di familiari di persone con disturbi psichiatrici che possono offrire supporto e consulenza
Parlare con il responsabile del CIM per esporre la gravità della situazione e chiedere un intervento più strutturato
Quello che provate - incluso l'odio - è comprensibile considerando l'enorme stress a cui siete sottoposti da anni. Non siete mostri, siete persone stremate che hanno diritto a vivere la propria vita.
Ti auguro di trovare la forza per affrontare questa situazione e ricorda che prenderti cura di te stesso non è egoismo, ma necessità.

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