Buongiorno dottori, mia figlia si e' lasciata da poco dal ragazzino di 19 anni dopo due anni e fin q
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Buongiorno dottori, mia figlia si e' lasciata da poco dal ragazzino di 19 anni dopo due anni e fin qui tutto normale se non che il motivo è che il ragazzo manifesta tutti i tratti di un manipolatore narcisista. Io da madre la sostengo ma il padre non vuole ascoltarci,non lo accetta e penso che nemmeno i genitori di lui lo abbiano capito. Come dobbiamo fare per aprire gli occhi a chi ci circonda cosicché i ragazzi vengano aiutati? ( ultimamente si apposta sotto casa, piange e non vedendola si arrabbia molto). Grazie
A volte può essere utile ricordare a noi stessi che non è detto che le persone intorno a noi vogliano aprire gli occhi ... in altri termini, possiamo suggerire qualcosa, ma non pretendere che venga fatto.
Se lei aveva un buon rapporto con l'ex di sua figlia, potrebbe provare a parlargli apertamente, ma con il cuore, dicendogli che è dispiaciuta di vederlo sofferente e consigliandogli di parlare con un professionista che possa aiutarlo a digerire questo dolore.
Se lei aveva un buon rapporto con l'ex di sua figlia, potrebbe provare a parlargli apertamente, ma con il cuore, dicendogli che è dispiaciuta di vederlo sofferente e consigliandogli di parlare con un professionista che possa aiutarlo a digerire questo dolore.
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Buongiorno,
quando una relazione sentimentale adolescenziale o giovanile finisce in modo conflittuale, soprattutto se emergono comportamenti di controllo, rabbia o forte dipendenza affettiva, per i genitori non è semplice capire dove finisca la “normale sofferenza amorosa” e dove invece inizi qualcosa di più problematico sul piano emotivo e relazionale.
Da ciò che racconta, sua figlia sembra aver percepito nella relazione aspetti che l’hanno fatta stare male o sentire manipolata, tanto da decidere di interrompere il rapporto. Successivamente il ragazzo avrebbe iniziato a cercarla insistentemente, appostandosi sotto casa, alternando pianto, disperazione e momenti di rabbia quando non riesce a vederla. Capisco quindi il suo allarme.
Vorrei però invitarla a una certa prudenza nell’utilizzare definizioni come “narcisista manipolatore”. Comprendo bene che oggi questi termini circolino molto, soprattutto sui social e online, ma clinicamente le cose sono spesso più complesse. Un ragazzo di 19 anni che reagisce male a una separazione può manifestare immaturità emotiva, dipendenza affettiva, impulsività, difficoltà nella gestione dell’abbandono o tratti di personalità problematici senza che questo significhi necessariamente trovarsi davanti a un vero disturbo narcisistico di personalità. Le diagnosi psichiatriche richiedono valutazioni approfondite e non possono essere formulate indirettamente attraverso il racconto di terzi.
Detto questo, alcuni comportamenti che descrive meritano attenzione, soprattutto se diventano insistenti o intimidatori. Il punto centrale infatti non è tanto “etichettare” il ragazzo, quanto proteggere il benessere psicologico e la serenità di sua figlia.
Nella mia esperienza clinica vedo spesso giovani coppie in cui la fine della relazione scatena reazioni molto intense. A quell’età alcuni ragazzi vivono la separazione quasi come un crollo identitario e possono oscillare rapidamente tra supplica, rabbia, colpevolizzazione e ricerca continua di contatto. Questo non giustifica comportamenti invasivi, ma aiuta a comprenderne il significato emotivo.
Lei chiede come “aprire gli occhi” agli altri. Le direi che, paradossalmente, cercare di convincere tutti che il ragazzo sia un manipolatore rischia di trasformarsi in una battaglia sterile e aumentare tensioni familiari. Non sempre il padre di sua figlia o i genitori del ragazzo riusciranno a vedere la situazione con i suoi stessi occhi, e tentare di imporre una lettura psicologica univoca spesso produce solo irrigidimenti.
Credo sia più utile concentrarsi su aspetti concreti e osservabili. Ad esempio, aiutare sua figlia a mantenere confini chiari, evitare comunicazioni ambigue, non alimentare dinamiche conflittuali e monitorare con attenzione eventuali comportamenti realmente persecutori o aggressivi. Se il ragazzo si limita a cercare un confronto in modo emotivamente immaturo, il tempo e la distanza possono favorire un ridimensionamento. Se invece dovessero comparire minacce, intimidazioni, controllo insistente o incapacità di rispettare il rifiuto, allora la situazione andrebbe presa più seriamente coinvolgendo eventualmente anche figure adulte o professionali.
Mi sembra importante anche non trasformare sua figlia esclusivamente nel ruolo di “vittima” e il ragazzo in quello di “mostro”. Le relazioni affettive giovanili sono spesso molto intense e confuse, e aiutare una ragazza a leggere i segnali relazionali problematici con lucidità è più utile che costruire categorie assolute. Questo le permetterà in futuro di sviluppare maggiore consapevolezza affettiva senza vivere ogni relazione difficile come necessariamente patologica.
Un altro aspetto importante è sostenere emotivamente sua figlia senza sostituirsi completamente a lei nella gestione della situazione. Da madre è naturale voler intervenire, ma a quell’età è fondamentale che la ragazza possa anche sperimentare la capacità di mettere limiti, chiedere aiuto e proteggersi in prima persona, sapendo però di avere alle spalle adulti presenti e affidabili.
Se percepite che lei sia molto spaventata, confusa o emotivamente destabilizzata da questa relazione, un breve supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare meglio quanto accaduto e a comprendere certe dinamiche relazionali. A volte bastano pochi colloqui ben condotti per evitare che esperienze di questo tipo lascino strascichi importanti sull’autostima o sulla fiducia nelle relazioni.
Spero di averle offerto qualche spunto utile.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano
quando una relazione sentimentale adolescenziale o giovanile finisce in modo conflittuale, soprattutto se emergono comportamenti di controllo, rabbia o forte dipendenza affettiva, per i genitori non è semplice capire dove finisca la “normale sofferenza amorosa” e dove invece inizi qualcosa di più problematico sul piano emotivo e relazionale.
Da ciò che racconta, sua figlia sembra aver percepito nella relazione aspetti che l’hanno fatta stare male o sentire manipolata, tanto da decidere di interrompere il rapporto. Successivamente il ragazzo avrebbe iniziato a cercarla insistentemente, appostandosi sotto casa, alternando pianto, disperazione e momenti di rabbia quando non riesce a vederla. Capisco quindi il suo allarme.
Vorrei però invitarla a una certa prudenza nell’utilizzare definizioni come “narcisista manipolatore”. Comprendo bene che oggi questi termini circolino molto, soprattutto sui social e online, ma clinicamente le cose sono spesso più complesse. Un ragazzo di 19 anni che reagisce male a una separazione può manifestare immaturità emotiva, dipendenza affettiva, impulsività, difficoltà nella gestione dell’abbandono o tratti di personalità problematici senza che questo significhi necessariamente trovarsi davanti a un vero disturbo narcisistico di personalità. Le diagnosi psichiatriche richiedono valutazioni approfondite e non possono essere formulate indirettamente attraverso il racconto di terzi.
Detto questo, alcuni comportamenti che descrive meritano attenzione, soprattutto se diventano insistenti o intimidatori. Il punto centrale infatti non è tanto “etichettare” il ragazzo, quanto proteggere il benessere psicologico e la serenità di sua figlia.
Nella mia esperienza clinica vedo spesso giovani coppie in cui la fine della relazione scatena reazioni molto intense. A quell’età alcuni ragazzi vivono la separazione quasi come un crollo identitario e possono oscillare rapidamente tra supplica, rabbia, colpevolizzazione e ricerca continua di contatto. Questo non giustifica comportamenti invasivi, ma aiuta a comprenderne il significato emotivo.
Lei chiede come “aprire gli occhi” agli altri. Le direi che, paradossalmente, cercare di convincere tutti che il ragazzo sia un manipolatore rischia di trasformarsi in una battaglia sterile e aumentare tensioni familiari. Non sempre il padre di sua figlia o i genitori del ragazzo riusciranno a vedere la situazione con i suoi stessi occhi, e tentare di imporre una lettura psicologica univoca spesso produce solo irrigidimenti.
Credo sia più utile concentrarsi su aspetti concreti e osservabili. Ad esempio, aiutare sua figlia a mantenere confini chiari, evitare comunicazioni ambigue, non alimentare dinamiche conflittuali e monitorare con attenzione eventuali comportamenti realmente persecutori o aggressivi. Se il ragazzo si limita a cercare un confronto in modo emotivamente immaturo, il tempo e la distanza possono favorire un ridimensionamento. Se invece dovessero comparire minacce, intimidazioni, controllo insistente o incapacità di rispettare il rifiuto, allora la situazione andrebbe presa più seriamente coinvolgendo eventualmente anche figure adulte o professionali.
Mi sembra importante anche non trasformare sua figlia esclusivamente nel ruolo di “vittima” e il ragazzo in quello di “mostro”. Le relazioni affettive giovanili sono spesso molto intense e confuse, e aiutare una ragazza a leggere i segnali relazionali problematici con lucidità è più utile che costruire categorie assolute. Questo le permetterà in futuro di sviluppare maggiore consapevolezza affettiva senza vivere ogni relazione difficile come necessariamente patologica.
Un altro aspetto importante è sostenere emotivamente sua figlia senza sostituirsi completamente a lei nella gestione della situazione. Da madre è naturale voler intervenire, ma a quell’età è fondamentale che la ragazza possa anche sperimentare la capacità di mettere limiti, chiedere aiuto e proteggersi in prima persona, sapendo però di avere alle spalle adulti presenti e affidabili.
Se percepite che lei sia molto spaventata, confusa o emotivamente destabilizzata da questa relazione, un breve supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare meglio quanto accaduto e a comprendere certe dinamiche relazionali. A volte bastano pochi colloqui ben condotti per evitare che esperienze di questo tipo lascino strascichi importanti sull’autostima o sulla fiducia nelle relazioni.
Spero di averle offerto qualche spunto utile.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano
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