Domande del paziente (60)

    Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    Si sente quanto amore c’è nel rapporto con sua nipote, e anche quanto la ferisca sentirsi a volte “di troppo”. A 30 mesi preferire a tratti una figura, essere possessivi o mostrare qualche comportamento aggressivo può rientrare in passaggi normali della crescita, quindi non leggerei subito un legame diretto con i rapporti con i nonni.
    Forse più che preoccuparsi di questo, può essere utile guardare a cosa questa situazione muove in lei. Per esempio chiedersi come vivere questo legame così bello con sua nipote senza sentirsi in colpa per la gelosia di suo figlio. Questo può essere un piccolo lavoro interiore importante.
    Il punto forse non è ridurre la vicinanza con la bambina, ma stare dentro questo affetto con più serenità, senza viverlo come una competizione tra adulti. I bambini sentono molto il clima emotivo intorno a loro, e la cosa più preziosa è che questo amore possa essere vissuto con tranquillità.
    Resto a disposizione


    Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    dalle sue parole non arriva l’immagine di una “fallita”, ma di una persona che sembra vivere da tempo una forte esperienza di blocco, attraversata da ansia, autosvalutazione e senso di inadeguatezza. Colpisce come descriva di sentirsi “assalita da un’ansia micidiale e inarrestabile” proprio quando si avvicina agli esami: quasi come se il movimento verso ciò che desidera si accompagni automaticamente a paralisi e ritiro. Questo, fenomenologicamente, fa pensare più alla paura del fallimento e del giudizio che a mancanza di capacità.
    Anche nel lavoro e nella relazione sembra emergere un tema ricorrente: il timore di “non essere all’altezza”, di “accontentarsi”, di deludere, fino a sentirsi responsabile perfino della rottura. Come se lo sguardo su di sé passasse soprattutto attraverso colpa e insufficienza.
    E sì, il pensiero di rivolgersi a uno psicologo potrebbe avere molto senso, proprio per dare spazio e comprensione a questo vissuto che porta da sola da tanto. Non tanto per “aggiustare” qualcosa che non va, ma per comprendere più a fondo cosa le succede quando prova a muoversi verso ciò che desidera.
    Resto a disposizione

    Saluti


    Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
    L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    più che chiedersi se sia “solo infatuazione”, o se l’amica abbia influenzato sua figlia (l’orientamento non nasce per contatto), forse può essere utile spostare l’attenzione su cosa questa scoperta muove in lei come madre. Lo spiazzamento è comprensibile, e può diventare uno spazio di ascolto, non di interpretazione.
    In adolescenza sentimenti intensi, legami molto esclusivi e ricerca di sé possono intrecciarsi, senza dover definire tutto subito. Che sia amore, esplorazione o un’infatuazione, forse oggi conta più chiedersi: come posso restare presente e accogliente mentre mia figlia si comprende?
    A volte il lavoro più importante è coltivare una relazione in cui lei possa scoprirlo sentendosi libera e sostenuta


    Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Buon pomeriggio,
    da quello che racconta emerge quanto lei sia attenta e sensibile ai vissuti della sua bambina: il fatto che si interroghi, che provi a capire come si sente e che le offra tante occasioni di gioco e presenza è già un punto di forza molto importante.
    Allo stesso tempo, la situazione che state vivendo è complessa: per una bambina così piccola, il cambiamento di casa, il ricongiungimento con il papà dopo una lunga distanza, una nuova lingua e la presenza di una sorellina richiedono un grande lavoro di adattamento. Anche se dice di essere contenta, è possibile che fatichi ancora a integrare tutte queste novità.
    I comportamenti che descrive possono essere letti come segnali di un bisogno di rassicurazione e di vicinanza, soprattutto verso di lei.
    Più che aumentare le attività, può essere utile valorizzare proprio ciò che già fa: la sua capacità di stare in ascolto, affiancandola con momenti più tranquilli, prevedibili, in cui la bambina possa sentirsi contenuta e sicura.
    Se sente che la fatica persiste, può essere utile anche un confronto con un professionista dell’età evolutiva: non perché ci sia qualcosa che non va, ma per sostenere questo passaggio e rafforzare ulteriormente le risorse che come genitore sta già mettendo in campo.
    Resto a disposizione

    Saluti


    Solitudine a 29 anni
    Buongiorno dottori, o 29 anni e sono un impiegato. Scrivo perchè vivo una situazione molto dolorosa che non mi fa sta facendo vivere. È da qualche mese che mi sento solo, ho qualche amico sparso, cerco di inserirmi in gruppi, partecipare ad associazioni, corsi, insomma ci metto tutta la forza di volontà ma nonostante questo non riesco a creare dei legami che siano veri e duraturi. A volte mi viene voglia di mollare. Mi guardo intorno e sui social e vedo solo persone con grandi gruppi di amici che si divertono sempre e io invece qui da soli. Eppure sono una persona che davvero avrebbe molto da offrire, sono empatico e sensibile e ascolto volentieri le persone. Mi chiedo come è possibile che io sia cosi solo. Sto insieme ad un ragazzo ma penso che la nostra storia sia finita e questo mi genera ancora piu malessere. Intanto il tempo passa, ho 29 anni, tra 10 anni ne avrò 40 e muoio con questa ansia del tempo che corre troppo veloce, sto bruciando gli anni migliori della mia vita stando in solitudine quando dovrei essere fuori a divertirmi a bere con grandi compagnie o comunque un gruppetto di amici che mi capiscono. Per me una sera dopo lavoro passata senza amici o con legami/relazioni è una sera persa. Ho il terrore che arrivi il weekend e non sapere cosa fare sapendo che tutti sono fuori da qualche parte. Lo so che ci vuole tempo per costruire relazioni durature e per inserirsi nei gruppi, ci sto mettendo tutta la mia forza di volontà. Non ho aggiunto che io convivo con il mio compagno da poco e peggiore decisione non potevo prendere visto che la nostra storia sta finendo. Se vivessi in centro città sarebbe migliore perché cosi potrei essere comodo per conoscere molte piu persone. Mi sembra come se poche persone sappiano quello che sono e quello che ho da offrire e questo è tremendo, soffro molto.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    Quello che descrive non è solo una mancanza di relazioni, ma un modo in cui la solitudine sta occupando progressivamente la sua esperienza, influenzando il modo in cui vive il tempo, se stesso e gli altri. Nonostante gli sforzi attivi che sta facendo, sembra che qualcosa nell’incontro con l’altro non riesca ancora a trasformarsi in legame sentito e duraturo.
    In questi casi, più che aumentare ulteriormente i tentativi all’esterno, può essere utile orientarsi verso un lavoro su di sé: comprendere più a fondo come vive le relazioni, quali aspettative porta, cosa accade emotivamente nei momenti di contatto e di distanza.
    Per questo, le suggerirei di valutare un percorso psicoterapeutico.
    Non tanto perché le manca qualcosa, ma perché potrebbe aiutarla a riconoscere e consolidare le sue risorse che già emergono e a costruire, nel tempo, una maggiore fiducia nelle sue capacità relazionali.

    Resto a disposizione

    Saluti


    Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    da quanto descrive emerge uno stato preoccupazione costante verso i segnali del corpo. Sintomi come morsa al petto, peso allo stomaco, scosse, paura di morire, difficoltà nel sonno e attenzione continua alle sensazioni fisiche sono aspetti frequentemente presenti negli stati d’ansia intensa e negli attacchi di panico.
    Spesso si crea un circolo in cui la paura aumenta il controllo sul corpo e questo, a sua volta, intensifica ulteriormente i sintomi.
    Il fatto che le visite cardiologiche siano risultate negative è un elemento importante e rassicurante. Un percorso terapeutico può aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi, ridurre il senso di allarme costante e recuperare gradualmente una maggiore serenità nella vita quotidiana.

    Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.

    Un cordiale saluto.


    buongiorno, MI STO SEPARANDO DAL MIO COMPAGNO. aBBIAMO UNA CONVIVENZA DI FATTO DALLA QUALE è NATOUN BAMBINO CHE PGG HA QUASI 4 ANNI. IL MIO EX COMPAGNO ANCORA NON VA VIA DA CASA MIA, SOSTIENE DI AVERE UNA SITUAZIONE PRECARIA E NON RIUSCIRE A TROVARE SOLUZIONI IN AFFITTO.
    iO MI SENTO AVVILITA PERCHè NON SO COME GESTIRE LA SITUAZIONE SENZA CREARE DANNI ULTERIORI A MIO FIGLIO E ASENZA DOVER RICORRERE AD AVVOCATI E TRIBUNALI. ABBIAMO CONTATTATO GIà UN MEDIATORE PER CERCARE DI STABILIRE ACCORDI CHIARI ALMENO PER IL BAMBINO. SIAMO IN ATTESA CHE ARRIVI L'ACCORDO SCRITTO.
    D'ALTRO CANTO LA MIA FAMIGLIA DI ORIGINE NON HA DI BUON OCCHIO IL MIO EX COMPAGNO E STO SUBENDO PRESSIONI AFFINCHè ESCA DALLA MIA CASA ANCHE CON GUERRE INFINITE E SOPRATUTTO MI SENTO COSTANTEMENTE CONTROLLATA DA MIA MADRE CHE NON ACCETTA COME MI STO MUOVENDO PER CERCARE DI LIMITARE I DANNI.
    MI SENTO SOPRAFFATTA DA TUTTA QUESTA SITUAZIONE, NELLA QUALE TUTTI SONO VITTIME TRANNE IO E MIO FIGLIO.
    NON RIESCO ATROVARE ACCORDI RAGIONEVOLI CHE NESSUNO DEI DUE.
    cOSA DEVO FARE?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    la situazione che descrive appare molto faticosa e sembra coinvolgere profondamente il suo spazio personale, emotivo e familiare. La convivenza ancora in corso con il suo ex compagno, in una fase in cui la separazione è già avvenuta sul piano affettivo, può generare una sensazione di sospensione e di mancanza di confini chiari, come se fosse difficile trovare un proprio spazio interno ed esterno in cui sentirsi al sicuro e libera di orientarsi.

    Anche il tempo sembra essersi in parte bloccato in un’attesa continua dell’accordo scritto, di una soluzione abitativa, di decisioni condivise con il rischio di vivere una condizione di forte stanchezza e sopraffazione emotiva. A questo si aggiunge la complessità delle relazioni quotidiane: quella con il suo ex compagno, ma anche quella con la sua famiglia di origine, che sembra molto presente e influente nelle sue scelte, facendola sentire osservata, controllata e poco riconosciuta nella fatica che sta attraversando.

    In questi momenti è importante poter ritrovare gradualmente uno spazio di pensiero più personale, che le permetta di comprendere quali limiti, bisogni e modalità relazionali possano essere realmente sostenibili per lei e per suo figlio, senza sentirsi obbligata né allo scontro continuo né all’annullamento di sé.

    Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire meglio la situazione e individuare insieme modalità più stabili e vivibili per affrontare questa fase.

    Un cordiale saluto.


    Cosa deve fare un genitore di due figli uno di 11 e uno di 7 che si accorge del fatto che si stanno esplorando fisicamente ? Non voglio che ricolleghino a questo evento qualcosa di negativo, parlarne? O non parlarne?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile Signora/Gentile Signore,

    tenderei a considerare quanto accaduto più come un’occasione di ascolto e comprensione che come un problema in sé. A 7 e 11 anni i bambini attraversano fasi evolutive differenti, nelle quali la curiosità verso il corpo e le differenze può emergere in modo spontaneo. Ritengo utile affrontare l’argomento con calma e naturalezza, senza colpevolizzare né drammatizzare, aiutandoli però a comprendere gradualmente il significato dei confini personali e dell’intimità.
    Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire meglio la situazione o confrontarsi ulteriormente su come gestirla nel modo più adeguato.

    Un cordiale saluto.


    Domande su Borderline

    Buongiorno,
    a mia figlia di 20 anni sono stati diagnosticati il disturbo di personalità e BES a seguito di un ricovero in ospedale.
    E' in cura farmacologica presso uno stimato psichiatra privatamente, segue sedute di psicoterapia privata settimanalmente ed anche presso il CPS di competenza.
    A livello di autolesionismo è da mesi che è tranquilla, ma vedo peggioramenti sotto il profilo comportamentale: dipendente dal cellulare, apatica, impulsiva, relazioni instabili e allontanamento da noi genitori.
    Essendo maggiorenne non posso comunicare con chi la segue a livello terapeutico, e non so come comportarmi, soprattutto come relazionarmi a lei: se sono dura si chiude ulteriormente, se sono accondiscendente mi tiene in pugno.
    Sto male, temo anche per la mia salute, se crollo è finita! Come posso aiutarla? Chi mi può aiutare? Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    Capisco molto la sua fatica. Da quello che racconta, sua figlia è seguita e questo è importante. Il fatto che da mesi non ci siano più gesti autolesivi è già un segnale positivo, anche se oggi vede altre difficoltà che la preoccupano.
    In queste situazioni i genitori spesso si sentono “bloccati”: se insistono troppo il figlio si chiude, se cedono si sentono sopraffatti. Non esiste una risposta perfetta.
    Di solito aiuta mantenere una presenza stabile: esserci, ascoltare, mettere alcuni limiti chiari, ma senza entrare continuamente nello scontro.
    Più che trovare le parole “giuste”, può essere utile farle sentire che il legame resta, anche nei momenti difficili.
    È importante però che anche lei abbia uno spazio in cui poter contenere e condividere le sue preoccupazioni, la paura e il senso di fatica che sta vivendo. Portare tutto da sola, nel tempo, rischia di diventare troppo pesante. Avere un supporto per sé attraverso un colloquio psicologico, uno spazio per familiari o un confronto con professionisti non significa togliere attenzione a sua figlia, ma prendersi cura anche delle proprie risorse emotive.
    Proteggere la sua salute e il suo equilibrio è una parte fondamentale dell’aiuto che può dare a sua figlia.

    Resto a disposizione
    Saluti


    Riferisco difficoltà nella deglutizione sia per solidi che per liquidi, con variabilità a seconda degli alimenti e del contesto. Ad esempio, con alcuni cibi come il gelato il sintomo non si presenta o è molto ridotto.

    Prima di ogni pasto è presente un’ansia anticipatoria significativa. Nel tempo ho notato che il sintomo è peggiorato entrando in un circolo vizioso: la paura di deglutire ha aumentato la percezione del problema e la tensione durante i pasti.

    All’inizio temevo una causa organica, ma gli accertamenti effettuati non hanno evidenziato patologie fisiche. Attualmente sono seguito da uno psichiatra e da una psicologa da circa sei mesi.

    Ritengo che il sintomo possa essere legato anche a una componente emotiva e a vissuti traumatici pregressi, con possibile somatizzazione e aumento dell’attenzione ansiosa durante l’atto del mangiare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    La ringrazio per aver condiviso con tanta attenzione e consapevolezza quello che sta vivendo. È importante che stia cercando di dare un significato alle sue difficoltà e che abbia già intrapreso un percorso di cura e ascolto di sé.
    Credo sia utile continuare a portare questi dubbi, le paure e le riflessioni alle figure che la stanno seguendo, così da poter approfondire insieme ciò che emerge nella sua esperienza quotidiana. Il fatto che si stia ponendo delle domande sul legame tra emozioni, vissuti personali e corpo è un aspetto prezioso del percorso.
    A volte momenti di forte tensione emotiva possono influenzare anche il modo in cui si vivono il tempo, lo spazio e le sensazioni corporee: il momento del pasto può diventare qualcosa di molto carico interiormente, con una percezione più intensa dell’attesa, del controllo e delle sensazioni fisiche.
    Continui a prendersi cura di sé con gradualità e senza giudicarsi, rispettando i propri tempi all’interno del percorso che sta già costruendo.

    Saluti


    Gentili Dottori,
    Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei giorni scorsi e avere sensazione di cervello 'bruciato' e saturo, senza distinguere un pensiero dall'altro, nn sopportavo più neanche i singoli rumori leggeri e irritabilità a mille. Ho avuto dal medico dei giorni di malattia fino a venerdì prossimo, ma il pensiero di questo lavoro mi toglie il respiro e la gioia di vivere, frustrazione e rabbia. Ho il fatidico posto fisso statale ma io mi sto spegnendo gradualmente abdicando a me stessa. Mi sento in prigione, la mia indole è creativa ed empatica, nn rigida e burocratica...sento la mia vita scivolarmi dalle mani e nn appartenenti più. Ne vale davvero la pena? Mi chiedo.
    Grazie a chi vorrà rispondere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile Utente,
    il suo racconto descrive un momento in cui il lavoro sembra aver tolto ogni spazio alla sua persona. Da un punto di vista clinico, quando le nostre esperienze vissute diventano così pesanti, anche la percezione dello spazio e del tempo si trasforma: le giornate sembrano una prigione e il tempo per sé sembra svanire, spegnendo la sua naturale creatività. La sensazione di saturazione e il fastidio per i minimi rumori sono il segnale che il suo mondo interno è sovraccarico.
    In questo momento è fondamentale prestare la massima attenzione ad occuparsi di sé in uno spazio protetto.
    Un percorso di ascolto le offrirà quel luogo sicuro dove poter parlare di ciò che la angoscia e, gradualmente, ritrovare il suo tempo, il suo respiro e la sua libertà.
    Un cordiale saluto.


    Buonasera... Scrivo perché sto male o comunque non mi va bene il fatto che io sia menefreghista, nel senso che non sempre salvo qualcuno se c'è da salvarlo nel senso fisico,oppure potrei non essere tempestiva nel farlo... Penso proprio di essere menefreghista e basta, senza altri motivi di fondo... Cosa dovrei fare? Sembra che proprio non riesco... È più forte di me. Vorrei essere diversa. Non scrivo altro, perché non so se la domanda venga pubblicata, dato a volte nemmeno vengono pubblicate le mie domande,scrivere un poema che magari non viene pubblicato, anche no... La farò breve. Grazie e attendo risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    la ringrazio per aver condiviso una riflessione così personale.
    Dal modo in cui ne parla, sembra che questa situazione le provochi disagio e che ci sia una distanza tra come si percepisce e come vorrebbe essere.
    A volte dietro comportamenti che giudichiamo con durezza possono esserci vissuti, emozioni o difficoltà che meritano di essere ascoltati e compresi, anziché semplicemente condannati.
    Se questo tema la accompagna da tempo e la fa stare male, potrebbe essere utile concedersi uno spazio di confronto con uno psicologo o uno psicoterapeuta. Approfondire ciò che accade in quei momenti potrebbe aiutarla a comprendersi meglio e a trovare modalità più soddisfacenti di rapportarsi a sé stessa e agli altri.
    Le auguro di accogliere questa sua difficoltà con un po' di gentilezza e curiosità, senza definirsi esclusivamente attraverso ciò che oggi percepisce come un limite.

    Un cordiale saluto.


    Ho una sorella problematica, con un passato di violenze subite e di tossicodipendenza. Ho scoperto che non ha più niente della liquidazione lavorativa, quasi 100,000 euro, a suo dire prestati ad un ragazzo che la corteggiava e che, ripulitole il conto corrente, si è defilato. Ma mi sono resa conto, recentemente, che non dice mai la verità, ad es. sono anni che mi racconta che va da uno psicoterapeuta con appuntamenti settimanali, per cui, sapendola seguita, mi sentivo abbastanza tranquilla. Dopo aver saputo che le restava la sola pensione mensile e che non riesce ad arrivare a fine mese, mi sono messa in contatto con lo psicologo che mi ha detto che effettivamente l'ha seguita, ma sette anni fa, nel periodo della disintossicazione, perché poi lui ha cambiato zona di lavoro. Che la vede una volta all'anno per confermarle la patente di guida e, qualche volta, la sente, ma solo per saluti. Non sapeva nulla del denaro volatilizzato, mentre lei mi diceva di avergliene parlato, ma solo dopo che la tragedia si era già compiuta. E questo è solo un esempio delle frottole che propina a me e a mia madre 92enne. Voglio aiutare mia sorella, sono consapevole che ha bisogno dell'aiuto di un esperto, ma non so come comportarmi, cosa fare, cosa dirle, e, soprattutto, come indurla ad intraprendere una cura. Grazie per l'attenzione

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    dalla sua descrizione emerge tutta la fatica di confrontarsi con una persona cara che sembra sottrarsi continuamente a una relazione autentica con sé stessa e con gli altri. Più che sulle singole menzogne, potrebbe essere utile interrogarsi sul significato che queste assumono nella sua storia: talvolta alterare la realtà può rappresentare un tentativo di proteggersi da esperienze dolorose.
    Il suo desiderio di aiutarla è comprensibile, ma un percorso di cura può iniziare solo quando la persona riesce, almeno in parte, a riconoscere la propria sofferenza.
    Il compito più delicato non è convincerla, bensì mantenere una presenza ferma che continui a interrogarsi, insieme a lei, su ciò che sta accadendo realmente nella sua vita.

    Un caro saluto


    Buongiorno. Io e il mio ragazzo ci siamo lasciati dopo 2 anni e mezzo di relazione perché, a detta sua, il sentimento si è affievolito e non vogliamo le stesse cose dal futuro. In realtà però i valori e i desideri per il futuro erano spesso condivisi, ma la pressione da parte mia per una convivenza futura l’aveva messo molto sulla difensiva nell’ultimo periodo. Abbiamo passato circa un mese separati dopo la rottura, nessun contatto di alcun tipo. Abbiamo continuato a vivere le nostre vite separatamente e io ho intrapreso un percorso di terapia per affrontare il dolore della perdita. Ieri, però, mi sono sentita di contattarlo e di chiedergli di vederci nei prossimi giorni. La conversazione è stata molto formale e lui ha accettato tranquillamente, mettendomi davanti all’evenienza che possa partire per lavoro (me lo saprebbe dire il giorno stesso). Mi è sembrata una strategia di fuga all’ultimo. Il mio intento sarebbe quello di ricostruire il legame, perché non credo che il sentimento sia perso da parte sua e da parte mia c’è ancora molto amore. Ovviamente non voglio che tutto accada subito, ho bisogno anche io di vedere se lui fa dai passi verso di me. Vorrei capire se è davvero possibile ricostruire un rapporto dopo così poco tempo dalla rottura e soprattutto se esiste una possibilità concreta di rimettersi insieme. La relazione, seppur con i suoi alti e bassi, non mostrava problemi di complicità, comunicazione o immaturità. Cosa dovrei fare? Grazie per i vostri pareri.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    la fine di una relazione significativa rappresenta spesso una frattura non solo nel legame con l'altro, ma anche nel modo in cui immaginiamo il nostro futuro.
    Quando una relazione termina, infatti, non perdiamo soltanto una persona, ma anche un progetto di vita, un orizzonte condiviso e una particolare modalità di abitare il tempo e lo spazio della nostra esistenza.
    Dalle sue parole emerge il desiderio di comprendere se ciò che avete costruito possa trovare nuove possibilità. L'incontro che avete deciso di concedervi potrebbe rappresentare un'occasione importante, a patto che non sia orientato esclusivamente alla ricerca di conferme, ma anche all'ascolto autentico di ciò che oggi siete diventati entrambi dopo questo periodo di distanza.
    Talvolta, all'interno delle relazioni, possono crearsi tensioni tra il bisogno di dare forma a un progetto comune e il bisogno dell'altro di mantenere i propri tempi e i propri spazi. Comprendere come questi aspetti abbiano influito sulla vostra storia può essere più utile che interrogarsi esclusivamente sulla presenza o meno del sentimento.
    Più che chiedersi se esista una possibilità concreta di tornare insieme, forse potrebbe essere importante osservare se esiste ancora la disponibilità reciproca a costruire uno spazio condiviso nel quale entrambi possiate riconoscervi in modo autentico. Una relazione può essere ricostruita quando due persone tornano a incontrarsi non soltanto per paura della perdita, ma perché intravedono nuovamente un significato comune e una direzione condivisa.
    Il percorso terapeutico che ha iniziato può aiutarla proprio in questo: a distinguere ciò che appartiene al dolore della separazione da ciò che rappresenta un desiderio autentico di incontro con l'altro. Talvolta il rischio è quello di rimanere legati più all'immagine del futuro che avevamo immaginato che alla realtà della relazione così com'è nel presente.
    Le auguro che questo incontro possa offrirle maggiore chiarezza, permettendole di comprendere non solo dove si colloca oggi il suo ex compagno, ma anche quale direzione desidera dare, in modo autentico, al suo progetto di vita.

    Un cordiale saluto.


    buongiorno ho 52 anni e ho perso mio marito di 50 anni in poco tempo per un tumore aggressivo
    Lui era quello forte.. quello che mi sosteneva.. l'ottimista.. mentre io la parte fragile (sono trapiantata renale da 3 anni) abbiamo vissuto un amore di 13 anni e convissuto per 8 anni... ... sono passati più di tre mesi... non ho nessun familiare accanto ..non ne posso parlare..perchè dicono che devo reagire ..ho una mamma anziana ed un fratello più grande... vorrei che mi chiamassero e mi dicessero come va?
    come sto.. invece nulla.... mia madre si chiama.... ma non posso dire che sto male... solo cosa hai mangiato tutto ok come va il lavoro.
    Mio fratello non chiama mai ... dice che posso chiamarlo io... lui dice che non chiama nessuno e ha detto che non sono l'unica a soffrire ...
    Ma sono io una pazza... ? nel senso io vorrei sentire il loro aiuto il loro sostegno invece sto impazzendo perché non ne posso parlare...
    come se lui non fosse esistito? sbaglio a voler "pretendere " un loro aiuto?
    sto malissimo si aggiunge anche i miei suoceri che sin dall'inizi non mi hanno "accettato"... perché ho portato loro via il figlio da casa...
    e non ho mai avuto rapporti... tranne pranzi... qualche compleanno di mio marito...(ma questo è un problema minore... il problema serio che stanno facendo storie per l'eredità specialmente il padre ... ed io sono distrutta )
    Sono nel vuoto assoluto.. io e lui eravamo sempre insieme.. uniti...
    ora sono nella voragine e non trovo nessun sostegno da parte di persone che conosco... sto frequentando una psicologa ed un gruppo
    ma è un incubo.. possibile che i familiari invece di avvicinarsi si allontanano? non capisco... se ad un familiare muore un compagno... io lo chiamerei .. msg di sostegno ecc. invece il vuoto assoluto.. così non supererò mai... perché mi sento ancora più sola.. già sapevo che potevo contare solo su di lui... ma ora che non c'è più non solo ne ho la conferma... ma ho un dolore allucinante che nessuno può capire... e devo pure recitare si ok.. ho mangiato si ok sto bene.. e di lui... basta non se ne parla... ma è mai possibile?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    da ciò che racconta emerge un dolore immenso, reso ancora più difficile dalla sensazione di doverlo affrontare in solitudine. Dopo una perdita così importante, è naturale desiderare che le persone vicine chiedano come sta, ascoltino i suoi ricordi e riconoscano la profondità di ciò che sta vivendo.
    Non mi sembra che lei stia chiedendo troppo. Mi sembra piuttosto che abbia bisogno di vicinanza, comprensione e di uno spazio in cui poter parlare liberamente di suo marito e della sua assenza.
    Purtroppo non tutti riescono a stare accanto a chi soffre: alcuni si sentono impotenti, altri non sanno cosa dire e finiscono per allontanarsi. Questo può far sentire ancora più soli, ma non significa che il suo dolore sia eccessivo o che lei stia sbagliando qualcosa.
    Continui a concedersi lo spazio della terapia e del gruppo di sostegno. In questo momento non deve dimostrare di stare bene né forzarsi a "reagire". Sta attraversando un lutto profondo e ha il diritto di vivere il suo dolore nei tempi che le appartengono.

    Un caro saluto.


    Salve dottore volevo raccontarle una cosa che mi è successa nella mia vita amorosa visto che da sola non sono riuscita a trovare una spiegazione magari lei mi può aiutare
    Ho conosciuto un ragazzo che abita davanti casa mia al palazzo di fronte l ho conosciuto perché sono scesa giù qualche volta per mettermi alle panchine lui è venuto da me e ci provava e se non mi vedeva mi citofonava per farmi scendere e vedermi mi cercava spesso, fino a che un giorno decide lui di presentarmi addirittura come la sua fidanzata
    Mi ha presentato praticamente a tutta la sua famiglia inserendomi nella sua vita
    La storia sembra andare bene per qualche tempo fino a che lui incomincia a trattarmi in modo strano e a umiliarmi e offendermi con frasi del tipo ( io volevo una donna con seno grande e occhi verdi) caratteristiche fisiche che io non ho mai avuto perché io ho il seno piccolo e occhi scuri
    Mi chiedo come dovrei interpretare questo comportamento?
    Io ho sempre saputo che due persone si fidanzano per attrazione fisica ma se io non ero il suo tipo fisicamente parlando sin dal inizio perché si è voluto fidanzare con me e presentarmi alla sua famiglia come la fidanzata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile utente,
    più che cercare una spiegazione definitiva del comportamento di questo ragazzo, potrebbe essere importante soffermarsi su ciò che questa esperienza ha significato per lei. Nel suo racconto emerge il passaggio da un sentirsi scelta, vista e accolta a un sentirsi confusa e messa in discussione. Forse la domanda non è soltanto perché lui abbia agito così, ma cosa abbia mosso dentro di lei questo cambiamento. In un percorso di comprensione di sé può essere utile esplorare come il suo modo di percepire il proprio corpo, il proprio valore e il proprio posto nella relazione si sia trasformato nel tempo, lasciando spazio non tanto alla ricerca di una risposta sull'altro, quanto a una maggiore vicinanza alla propria esperienza emotiva.


    Buona sera, sono un ragazzo di 34 anni e non ho mai letto libri di lettura, solo libri per studiare a scuola fino all'università.
    Anche dopo la laurea leggo solo argomenti che mi servono.
    Ho anche provato ma non lo trovo stimolante, come se stessi leggendo un'equazione di matematica, mentre un film oppure la musica mi fanno provare sensazioni che con i libri non provo.
    Infatti non ho mai finito il libro che ho cominciato, solo le prime 20 pagine.
    C'è qualcosa che devo cambiare?
    Da cosa può dipendere?
    È solo questione di allenamento alla lettura?
    Dovrei sforzarmi a leggere fino alla fine il libro?
    Grazie mille per le risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Buonasera,
    da ciò che descrive non c'è necessariamente qualcosa da cambiare o da correggere. Non tutte le persone entrano in contatto con le emozioni e con le storie attraverso la lettura: per alcuni il canale privilegiato è la musica, per altri il cinema, l'arte o l'esperienza diretta.
    Forse la domanda più interessante non è "come faccio a leggere di più?", ma "che cosa accade nella mia esperienza quando provo a leggere?". Cosa rende vivo un film o un brano musicale per Lei, e cosa invece sembra non attivarsi nella lettura?
    Se questa curiosità la accompagna da tempo, potrebbe essere uno spunto interessante da approfondire anche in un percorso di analisi personale: non per cercare una spiegazione patologica, ma per comprendere meglio il Suo modo particolare di entrare in relazione con le emozioni, l'immaginazione e il mondo delle narrazioni.

    Un cordiale saluto.


    buongiorno dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da qualche mese con una persona più grande, lui 48, diciamo che ci sono stati vari motivi che mi hanno portato a chiudere..al momento io non voglio nessuna relazione seria o sentirmi impegnata con qualcuno..per quello per cui scrivo è che, in particolare a lavoro quindi ambito lavorativo, e in generale io sono una persona che ride e scherza con tutti quando si entra in confidenza, cerco sempre di avere un rapporto tranquillo con tutti..in particolare però mi capita con i ragazzi se riesco ad avere confidenza, ci scherzo, si ride ecc, ed è una cosa che mi piace, però è come se capita che poi con qualcuno sento come se dalla loro parte possa piacere questo e quindi sento che qualcuno vuole altro, mentre altri magari rimane lo scherzo e rapporto di lavoro, però allo stesso tempo sento anche io che magari anche ultimamente mi possa attrarre qualcuno, più di uno..solo che purtroppo io col mio ex mi sono continuata a vedere, mi attrae anche lui, e da qualche giorno lavoriamo insieme..purtroppo forse sono ancora legata a lui..ma allo stesso modo non vorrei farmi attrarre da altre persone per qualcosa di passeggero, perché potrei sembrare magari "scontata" o una che cede facilmente ecco..oppure anche il mio ex potrebbe venirmi a dire qualcosa se dovessi uscire con qualcuno..magari che con lui non devo piu parlare o non so, perché lui so che ancora mi vuole ma io non lo so, sono bloccata tra lui e il voler star da sola o semplicemente avere altre conoscenze..ma ripeto non vorrei essere vista cosi se dovessi uscire con altri..perché a me piace anche "provocare" nello scherzo..non so come può essere vista questa cosa..cosa dovrei fare o dovrei forse evitare tutto ciò? Non so come prenderla o come gestire questi sentimenti magari contrastanti anche se solo di attrazione momentanea..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    dalle sue parole emerge una fase di transizione in cui lo spazio affettivo appare ancora parzialmente occupato dalla relazione precedente, mentre si affacciano nuove possibilità relazionali. Anche il tempo sembra sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, rendendo difficile sentire con chiarezza cosa desidera davvero. Le attrazioni che prova non vanno necessariamente interpretate come qualcosa da reprimere o giudicare, ma come segnali da ascoltare. Più che chiedersi come verrà vista dagli altri, potrebbe essere utile tornare al suo sentire corporeo ed emotivo: con chi si sente libera, serena e autentica? Si conceda tempo, senza forzare decisioni né rinunciare alle relazioni per timore del giudizio.


    Buongiorno, sono un genitore di un ragazzo adulto a cui è stata diagnosticata adhd. Purtroppo lui mi vuole tener fuori e vuole gestire tutto da solo. Non so come comportarmi e come aiutarlo. Quando era bambino non abbiamo mai avuto nessun sentore in merito e purtroppo non siamo intervenuti prima. Da quando ho saputo che mio figlio soffre di adhd ho un tarlo fisso di capire come poter intervenire per aiutarlo e non commettere errori che possano influire sulla sua situazione. Specifico che sta gestendo da solo le visite per la prognosi e tutto il resto. L'unica cosa dove mi ha fatto partecipe è il fatto che gli è stata diagnosticata.
    Chiedo gentilmente un consiglio in merito.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    comprendo la Sua preoccupazione e anche il desiderio di fare qualcosa di concreto per Suo figlio. Tuttavia, dal Suo racconto emerge che sta cercando di affrontare personalmente questo percorso e che, almeno per ora, desidera mantenere una certa autonomia.
    Più che concentrarsi su ciò che avrebbe potuto fare in passato, forse può essere utile interrogarsi su come essere presente oggi. Una diagnosi non riscrive necessariamente tutta la storia di una persona: spesso aiuta piuttosto a dare un significato nuovo ad alcune difficoltà vissute nel tempo.
    Potrebbe fargli sapere che è disponibile ad ascoltarlo, senza forzarlo a condividere più di quanto desideri. Talvolta il sostegno più prezioso non consiste nel trovare soluzioni, ma nel rispettare i tempi dell'altro e rimanere una presenza affidabile.
    Anche per Lei questa situazione può essere un'occasione per riflettere sul rapporto con Suo figlio adulto: come stargli vicino senza sostituirsi a lui, come aiutarlo senza invadere il suo spazio. Sono domande importanti, che meritano attenzione tanto quanto la diagnosi stessa.

    Un caro saluto


    Mio figlio 20 anni ...non esce da casa da un mese...non ha motivazioni non ha passioni particolari non vuole fare nulla....apatico...triste...mangia poi sempre al telefono o play...preoccupata tanto...dice che non vuole parlare con uno specialista al momento..non so come muovermi ho paura che cada in depressione.Grazie a chi mi dara consiglio

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Rosa Russiello

    Gentile paziente,
    capisco la Sua preoccupazione. Un mese di chiusura in casa, apatia, tristezza e scarso interesse per le attività quotidiane meritano attenzione, ma non è possibile concludere automaticamente che si tratti di una depressione.
    Più che insistere subito perché veda uno specialista, può essere utile mantenere aperto il dialogo, cercando di comprendere come sta vivendo questo periodo, senza giudicarlo o pressarlo.
    Se il ritiro e la mancanza di motivazione persistono, Le suggerirei di rivolgersi Lei stessa a uno psicologo per un consulto. Spesso il primo passo è aiutare i familiari a orientarsi e a trovare il modo migliore per avvicinare il ragazzo alla comprensione del proprio disagio.
    Dietro questi comportamenti, più che pigrizia o mancanza di volontà, può esserci una sofferenza che ancora non riesce a esprimere.

    Saluti


Domande più frequenti

Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.