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Sara Lo Giudice
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F
F. DL
Psicologa competente, diretta e profondamente rispettosa della persona.
• Studio Privato • consulenza psicologica •
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F.S.
La Dott.ssa Lo Giudice esprime un atteggiamento empatico e l'esperienza necessaria per sostenere e coadiuvare un percorso di crescita personale. Consigliatissima!!
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La dottoressa mi ha messo subito a mio agio, mi sto trovando bene
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M.Z
Dottoressa preparata, empatica e rispondente alle mie esigenze. Non posso solo che ringraziarla. Consigliatissima!!
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L. Z.
Professionalità ed efficacia del trattamento contraddistinguono la dott.ssa Sara Lo Giudice, pienamente soddisfatto della sua consulenza, la consiglio a chiunque ne avesse bisogno.
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A.P.
La dottoressa Sara Lo Giudice è una professionista davvero affidabile e appassionata nel suo lavoro, ha un talento naturale nell’aiutare le persone. Consiglio vivamente
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Mi sono trovato bene personale gentili e professionalie lo consiglio
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A.M.
Dottoressa disponibile e preparata . Grazie a lei ho risolto i miei problemi . La consiglierei
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Risposte ai pazienti
ha risposto a 5 domande da parte di pazienti di MioDottore
Buongiorno, È possibile confondere I sintomi negativi della schizofrenia, con i sintomi depressivi.
Vi spiego ho 32 anni nell'ultimo periodo cioè da 2 settimane circa ho perso il piacere di fare le cose cioè li faccio ma mentre li faccio non trovo più il piacere che provavo prima di farle ecc, sono priva di emozioni, in più mi sento come quello che guardo lo vedo diverso come se non sono connesso... Ma bastano i sintomi negativi, per diagnosticare la schizofrenia?
Oppure bisogna avere anche sintomi positivi....perchè oltre questo ho paura di avere allucinazioni anche se non ne ho mai avute..
perché ho perso tutto le emozioni, il piacere di fare le cose. e sono in panico che sia schizofrenia...
Un'ultima cosa che vorrei dire non e la prima volta che mi succede perchè mi e successo anche l'hannao scorso sempre nel mese di marzo, 2 anni fa nel mese di agosto.. quindi non so se può essere un inizio di schizofrenia visto che mi e venuto diverse volte
Grazie mille
Buongiorno, da come mi descrive la sua situazione attuale presumibilmente può essere un "appiattimento emotivo", detto anche Anedonia. Questa condizione potrebbe portare a sviluppare dei sintomi depressivi, per cui bisogna gestire il tutto con intervento che ne delinei le cause e conseguentemente articolare un procedimento riabilitativo di tipo psicologico.
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
Buongiorno, forse la domanda più importante non è " qual è la scelta giusta?", ma: "posso prendere una decisione utile per il presente senza sentirmi legata per tutta la vita a ciò che vogliono gli altri?" oppure "posso tollerare che qualcuno si dispiaccia o non approvi le mie scelte senza, per questo, sentirmi una cattiva figlia?
Da quello che descrivi, sembra che ciò che ti fa stare male non sia tanto la casa in se, quanto la sensazione di essere bloccata nella tua autonomia e liberta di scegliere la tua vita.
Quello che dici: "se avessi indipendenza economica probabilmente sceglierei di vivere altrove" non significa che tu sia ingrata o la proposta di tuo padre sia sbagliata. Significa semplicemente una parte di te sente il bisogno di differenziarsi, ed è qualcosa di sano.
Mi colpisce anche il fatto che, nella tua famiglia, il desiderio di autonomia venga facilmente vissuto come egoismo o come qualcosa che crea problemi. Ma accettare un aiuto non significa rinunciare per sempre alla possibilità di cambiare strada, cosi come desiderare qualcosa di diverso rispetto a ciò che scelgono gli altri non significa tradire la propria famiglia.
Anche l'idea che hai pensato, trovare un accordo che un domani ti permetta di scegliere diversamente senza sentirti in colpa, mi sembra un tentativo ragionevole di proteggere sia il legame con la tua famiglia sia il tuo bisogno di libertà.
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