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ha risposto a 1 domande da parte di pazienti di MioDottore
perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?
perchè si diventa la persona che si odia/ non si vorrebbe mai diventare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sono la Dottoressa Figlioli Silvana, psicologa clinica e psicoterapeuta esistenziale.
Una delle domande più dolorose che una persona possa porsi è:
“Perché sono diventata proprio ciò che odiavo? Perché assomiglio alla persona che non avrei mai voluto essere?”**
È una domanda che spesso nasce con vergogna, rabbia, senso di colpa. Ma, da un punto di vista clinico ed esistenziale, non va letta come una condanna. Va ascoltata come un grido profondo della coscienza.
Molte volte non diventiamo ciò che odiamo perché lo scegliamo davvero. Lo diventiamo perché, in qualche modo, siamo rimasti legati a quella ferita. Ciò che abbiamo odiato, temuto o rifiutato può avere occupato così tanto spazio dentro di noi da diventare una presenza interna. Non una scelta libera, ma una forma di prigionia psichica.
Quando un bambino, un adolescente o anche un adulto vive accanto a una figura percepita come dura, svalutante, fredda, aggressiva, incoerente o manipolatoria, può sviluppare un rifiuto profondo: “Io non sarò mai così”.
Quella frase, però, non sempre basta a liberarci. A volte, proprio mentre cerchiamo disperatamente di non somigliare a quella persona, continuiamo a ruotare attorno a lei. La combattiamo, la giudichiamo, la respingiamo, ma restiamo psicologicamente organizzati intorno a quella figura.
In terapia si osserva spesso questo paradosso: ciò che non è stato elaborato viene ripetuto.
Non perché la persona sia cattiva.
Non perché sia falsa.
Non perché non abbia valori.
Ma perché la psiche tende a riprodurre ciò che conosce, anche quando ciò che conosce ha fatto male.
Il familiare non coincide sempre con il sano. A volte il familiare è proprio ciò che ci ha feriti. Eppure, proprio perché lo conosciamo, diventa una matrice interna. Un copione. Un modo automatico di reagire. Un linguaggio emotivo appreso.
Si può diventare simili a chi si odiava perché si è interiorizzato il suo modo di difendersi dal dolore.
Chi è stato umiliato può imparare a umiliare per non sentirsi fragile.
Chi è stato controllato può diventare controllante per non sentire l’angoscia dell’abbandono.
Chi è stato trascurato può diventare freddo per non sentire il bisogno.
Chi è stato invaso può diventare invadente o, al contrario, completamente distante.
Chi ha subito durezza può convincersi che essere duro sia l’unico modo per non essere distrutto.
Dietro molti comportamenti che non ci piacciono di noi stessi non c’è una vera identità, ma una difesa. C’è una parte ferita che ha imparato a sopravvivere usando le armi dell’ambiente da cui proveniva.
Da una prospettiva esistenziale, questo tema riguarda profondamente la libertà. Non la libertà superficiale del “basta volerlo”, ma quella più complessa e dolorosa del riconoscere i propri condizionamenti. L’essere umano non nasce nel vuoto: nasce dentro una storia, dentro relazioni, linguaggi, mancanze, aspettative, traumi, silenzi. Ma non è condannato a coincidere per sempre con ciò che ha ricevuto.
Il punto non è colpevolizzarsi dicendo: “Sono diventata come loro”.
Il punto è fermarsi e chiedersi:
“Dove ho imparato questa modalità?”
“Da quale dolore mi sta proteggendo?”
“Quale parte di me sta ancora reagendo al passato?”
“Sto scegliendo davvero o sto ripetendo?”
“Questa sono io, o è una mia difesa antica?”
Diventare consapevoli di somigliare a ciò che abbiamo odiato è un momento durissimo, ma può essere anche un momento trasformativo. Perché finché ripetiamo senza vedere, siamo prigionieri. Quando iniziamo a vedere, nasce uno spazio di libertà.
La terapia serve anche a questo: non a giudicare la persona, ma ad aiutarla a distinguere ciò che è autenticamente suo da ciò che ha ereditato, assorbito, imitato, subito o riprodotto.
Non siamo responsabili di tutto ciò che ci è accaduto. Ma, a un certo punto, possiamo diventare responsabili del modo in cui continuiamo a vivere ciò che ci è accaduto.
Questo non significa cancellare il passato. Significa smettere di lasciargli la regia totale della nostra esistenza.
A volte odiamo nell’altro qualcosa che ci ha ferito profondamente. Altre volte odiamo nell’altro qualcosa che, senza volerlo, portiamo già dentro come possibilità. L’odio, infatti, è spesso un legame potentissimo. Non libera: tiene agganciati. Per questo, per non diventare ciò che odiamo, non basta odiare. Bisogna comprendere. Attraversare. Elaborare. Dare significato. Separarsi interiormente.
La vera separazione non avviene quando diciamo: “Io non sarò mai così”.
Avviene quando possiamo dire:
“Riconosco da dove vengo, riconosco cosa mi ha fatto male, riconosco cosa ho imparato per difendermi, ma oggi scelgo di non continuare a ripetere quel copione”.
In questo senso, il lavoro psicoterapeutico è un lavoro di restituzione della persona a se stessa.
Non si tratta di diventare perfetti.
Si tratta di diventare consapevoli.
Di interrompere automatismi.
Di trasformare la rabbia in comprensione.
La vergogna in responsabilità.
La ripetizione in scelta.
La ferita in presenza.
La domanda “perché sono diventata ciò che odiavo?” può allora trasformarsi in una domanda più profonda:
“Quale parte di me sta ancora chiedendo di essere liberata da quella storia?”
E lì, proprio lì, può iniziare il cambiamento. Mi contatti senza alcuna esitazione
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