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Esperienze

Sono una psicologa con una solida preparazione accademica e una forte passione per esplorare le sfumature della psiche umana. Ho conseguito la laurea triennale in Psicologia presso l'Università degli Studi di Cagliari e, successivamente, ho approfondito le mie conoscenze specializzandomi in Psicopatologia Dinamica dello Sviluppo presso l'Università La Sapienza di Roma. Questo percorso mi ha permesso di acquisire competenze specifiche nell'analisi e nell'intervento sui disturbi psicologici, a partire dall’età evolutiva fino a quella adulta, con un focus sulle dinamiche relazionali e intrapsichiche.

Attualmente, frequento il terzo anno della scuola di specializzazione in Terapia Comparata, un approccio che integra diverse metodologie terapeutiche per offrire un supporto personalizzato ed efficace ai miei pazienti. Inoltre, la mia esperienza professionale si arricchisce del lavoro quotidiano in una comunità per disturbi psichiatrici e in un servizio educativo per l'infanzia, dove mi confronto con le sfide della salute mentale in un contesto complesso e stimolante.

Questa esperienza mi ha permesso di sviluppare una profonda comprensione delle dinamiche legate alla salute mentale e di affinare le mie capacità di intervento in contesti articolati, lavorando a stretto contatto con persone che affrontano difficoltà significative. Il mio obiettivo è creare uno spazio sicuro e accogliente in cui le persone possano esplorare le proprie difficoltà, sviluppare risorse personali e intraprendere un percorso di crescita e benessere.

Credo fermamente nell'importanza della collaborazione nel processo terapeutico e mi impegno a offrire un supporto professionale e personalizzato a ciascun individuo.

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Aree di competenza principali:

  • Psicologo
  • Psicodiagnostica
  • Psicologia clinica
  • Psicologia clinica-dinamica

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GIULIA CHIRONI
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1 recensione

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    Fin dal primo momento, la Dottoressa mi ha messo a mio agio con la sua professionalità e la sua profonda empatia. È una persona che sa davvero ascoltare, senza giudicare, e crea un ambiente in cui ci si sente liberi di aprirsi. Ogni sessione è stata un'opportunità per riflettere e crescere, guidata dalla sua delicatezza e competenza. La consiglio vivamente a chiunque cerchi una psicologa che sia non solo preparata, ma anche autenticamente umana.

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Risposte ai pazienti

ha risposto a 6 domande da parte di pazienti di MioDottore

Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

Gentile utente,
ciò che sembra emergere è il conflitto tra un forte coinvolgimento emotivo e la difficoltà, da parte di quest’uomo, di trasformarlo in una scelta concreta e pienamente assumibile. Il legame con lei appare autentico e significativo, ma anche profondamente destabilizzante rispetto agli equilibri della sua vita e della sua identità relazionale.
In questi casi, la chiusura non necessariamente indica assenza di sentimento; più spesso riflette il limite soggettivo della persona nel tollerare il cambiamento, la responsabilità affettiva e le implicazioni reali che una relazione così intensa comporterebbe. La differenza d’età può rappresentare una motivazione reale, ma anche una spiegazione “razionale” utilizzata per dare ordine a un’ambivalenza emotiva più profonda.
Nel suo racconto emerge inoltre quanto questa relazione abbia avuto per lei un importante valore di riconoscimento personale: sentirsi vista, capita e accolta nei propri aspetti più autentici. Per questo il distacco sembra lasciare non solo dolore affettivo, ma anche un senso di smarrimento e incompiutezza.
Comprendere che intensità emotiva e capacità di costruire concretamente una relazione non sempre coincidono può forse aiutarla a leggere questa esperienza non come una svalutazione di ciò che avete vissuto, ma come l’incontro con un limite interno dell’altro, che prescinde dal valore del legame stesso.

Dott.ssa GIULIA CHIRONI

Buongiorno, a luglio dell'anno scorso ho perso mia madre dopo due anni di lotte, chemioterapie e visite in ospedali di quasi tutta italia.La settimana dopo la scomparsa di mia madre , ho raggiunto la mia ragazza a Roma ma essendo alla ricerca di lavoro ho passato la maggior parte del tempo da solo in casa a cercare di tirarmi su da solo e a mandare curriculum molte volte senza avere neanche risposta. Ho la sensazione perenne di voler fuggire senza una meta , sento tutto troppo pesante e quando ripenso ai momenti passati sento una rabbia schiacciante verso me stesso per non aver fatto di più. Soffro di insonnia e quando spengo la luce mi vengono in mente soltanto gli ultimi tempi con mia madre e specialmente le ultime settimane, dove ho visto mia madre lentamente spegnersi attaccata all'ossigeno e a quel maledetto saturimetro che pian piano scendeva di percentuale. Stordita dai troppi medicinali per il dolore il suo ultimo giorno i medici dell'ambulanza gli hanno somministrato un medicinale per togliergli gli effetti e ho rivisto mia madre riprendere lucidità ahimè nel suo momento peggiore visto che non riusciva a respirare fino a perdere conoscenza e pian piano esalare l'ultimo respiro. Di queste scene non racconto mai a nessuno perchè non voglio che sappiano quanto abbia sofferto alla fine mia madre, di quanto fosse spaventata e di come io non abbia potuto fare niente.
Tra poco sarà quasi un anno ed io non riesco a superare la cosa. Grazie a chi mi leggerà.

Quello che emerge dalle Sue parole non è soltanto il dolore per la perdita di Sua madre, ma il modo in cui questa esperienza sembra aver attraversato e destabilizzato profondamente il Suo mondo interno, la Sua identità e il Suo senso di continuità personale.
La morte di Sua madre non è stata un evento improvviso e “concluso”, ma un processo lungo, estenuante, in cui Lei è stato esposto per molto tempo all’impotenza, alla paura e alla progressiva perdita dell’oggetto affettivo più importante. Ha dovuto assistere non solo alla malattia, ma alla trasformazione di Sua madre: da figura viva, presente, pensante, a corpo sofferente, dipendente dalle macchine, fino al momento finale. Esperienze così intense spesso non vengono semplicemente “ricordate”: rimangono psichicamente non elaborate, quasi congelate, e tendono a ripresentarsi sotto forma di immagini intrusive, insonnia, angoscia notturna, senso di colpa e bisogno di fuga.
La notte, quando spegne la luce, sembra venir meno anche quella minima distanza difensiva che durante il giorno Le permette di funzionare. È come se il Suo mondo interno si riempisse nuovamente di quella stanza, di quel saturimetro, del respiro che si spegne. In termini psicodinamici, si potrebbe dire che la scena traumatica non è ancora stata simbolizzata: continua a imporsi in forma sensoriale ed emotiva, anziché diventare un ricordo integrabile nella Sua storia.
Molto forte è anche il tema della colpa. Ma quella colpa, spesso, non nasce da una reale responsabilità: nasce dall’amore e dall’impotenza. Quando perdiamo qualcuno che amiamo profondamente, una parte di noi preferisce sentirsi colpevole piuttosto che accettare il limite radicale del non aver potuto salvare. Il pensiero “non ho fatto abbastanza” diventa allora un tentativo doloroso di mantenere un’illusione di controllo: perché se fosse stata colpa Sua, allora forse avrebbe potuto cambiare il finale. Ma il prezzo di questa illusione è una rabbia feroce rivolta contro sé stesso.
C’è poi un altro elemento importante: subito dopo la perdita Lei non ha avuto uno spazio psichico in cui poter elaborare il lutto. Si è trovato solo, in una città non Sua, sospeso, senza lavoro, senza struttura, probabilmente senza contenimento emotivo. In certe condizioni il dolore non riesce a trasformarsi: resta “in circolo”, crudo, senza rappresentazione. La sensazione di voler fuggire senza meta può essere letta anche come il tentativo di allontanarsi da uno stato interno diventato insostenibile. Non sembra il desiderio di andare verso qualcosa, ma piuttosto quello di scappare da un dolore che sente continuamente addosso.
E forse la parte più struggente del Suo racconto è questa: Lei sembra portare dentro non solo la morte di Sua madre, ma anche il terrore che Lei ha vissuto negli ultimi momenti. Come se avesse interiorizzato la Sua paura, il Suo soffocamento, la Sua impotenza. Questo accade spesso nei lutti traumatici molto intensi: il confine tra il dolore dell’altro e il proprio diventa fragile.
Il punto non è “dimenticare” o “superare” Sua madre. Il lavoro sarebbe piuttosto permettere che questa esperienza trovi lentamente una forma pensabile, dicibile, condivisibile; trasformare immagini traumatiche che oggi La invadono in qualcosa che possa essere ricordato senza distruggerLa ogni volta.
Per questo un percorso terapeutico potrebbe essere molto importante, non come luogo dove “aggiustarsi”, ma come spazio relazionale in cui non dover più sostenere da solo tutto questo carico psichico. Il fatto che Lei non racconti quasi mai a nessuno quei momenti finali dice molto: probabilmente una parte di Lei teme che quel dolore, se davvero aperto, possa travolgerLa o risultare insopportabile anche agli altri. Ma proprio ciò che resta senza parola tende a ripetersi all’infinito dentro di noi.
E una cosa colpisce profondamente: nonostante tutto, Lei continua a interrogarsi su quanto abbia sofferto Sua madre, non su quanto abbia sofferto Lei. Questo dice molto del legame che aveva con Lei, ma forse anche di quanto poco spazio riesca a concedere al Suo stesso dolore.

Dott.ssa GIULIA CHIRONI
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