Salve, mia madre sta terminando le cure per la depressione ed ho paura che possa tornare a stare mal
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Salve, mia madre sta terminando le cure per la depressione ed ho paura che possa tornare a stare male. Ho letto che l'ultimo periodo è molto delicato poiché possono riprensetarsi pensieri suicidi. Sono preoccupata che mia mamma possa fingere serenità mentre in realtà sta soffrendo ancora. Vorrei dunque sapere se effettivamente è un rischio comune quello di regredire in prossimità della fine della cura. Grazie e buona giornata!
I farmaci antidepressivi prevengono le ricadute oltre che curare l episodio depressivo singolo. Le consiglio di continuare la cura a tempo indeterminato
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Gentile utente,
la sua preoccupazione è comprensibile.
È vero che la fase di conclusione di un percorso terapeutico può essere delicata, ma è importante contestualizzare questo dato senza trasformarlo in una certezza allarmante. Non tutte le persone che terminano un trattamento per depressione vanno incontro a una ricaduta, e il rischio dipende molto da fattori specifici — la gravità dell'episodio iniziale, la durata del trattamento, la presenza di un supporto adeguato, e soprattutto se la conclusione delle cure è una decisione condivisa con il medico o una sospensione improvvisa.
Sul tema dei pensieri suicidi in questa fase: è un aspetto che i clinici conoscono e monitorano, ma non è una conseguenza automatica della fine della terapia. Il rischio esiste in chi ha già avuto pensieri di questo tipo durante la malattia, ma non è una regola universale.
Quello che invece le chiedo di considerare è questo: la paura che sua madre stia fingendo serenità nasconde qualcosa di importante, ovvero la difficoltà di fidarsi di quello che vede. Questo è un peso molto grande da portare, e capisco quanto possa essere logorante osservare una persona cara cercando continuamente segnali nascosti.
Il modo più utile per aiutare sua madre non è diventare una sorta di sentinella silenziosa, ma mantenere un dialogo aperto e naturale con lei — non necessariamente sulla malattia, ma sulla vita quotidiana, su come si sente, su cosa la rende felice in questo momento. Le persone che soffrono in silenzio lo fanno più facilmente quando sentono che chi le circonda non riesce a reggere la conversazione sul dolore. Se sua madre sa che può parlare con lei senza spaventarla o farla soffrire troppo, è più probabile che lo faccia.
Se ha dubbi specifici sul percorso di sua madre, il modo più diretto è parlarne con il medico o lo psicologo che la segue — ovviamente nel rispetto della privacy di sua madre, ma un familiare preoccupato ha tutto il diritto di esprimere le proprie preoccupazioni a chi ha in cura il paziente.
E lei, come sta? Spesso chi si prende cura di una persona depressa porta un peso che non viene mai nominato.
Federico Baranzini - Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano
la sua preoccupazione è comprensibile.
È vero che la fase di conclusione di un percorso terapeutico può essere delicata, ma è importante contestualizzare questo dato senza trasformarlo in una certezza allarmante. Non tutte le persone che terminano un trattamento per depressione vanno incontro a una ricaduta, e il rischio dipende molto da fattori specifici — la gravità dell'episodio iniziale, la durata del trattamento, la presenza di un supporto adeguato, e soprattutto se la conclusione delle cure è una decisione condivisa con il medico o una sospensione improvvisa.
Sul tema dei pensieri suicidi in questa fase: è un aspetto che i clinici conoscono e monitorano, ma non è una conseguenza automatica della fine della terapia. Il rischio esiste in chi ha già avuto pensieri di questo tipo durante la malattia, ma non è una regola universale.
Quello che invece le chiedo di considerare è questo: la paura che sua madre stia fingendo serenità nasconde qualcosa di importante, ovvero la difficoltà di fidarsi di quello che vede. Questo è un peso molto grande da portare, e capisco quanto possa essere logorante osservare una persona cara cercando continuamente segnali nascosti.
Il modo più utile per aiutare sua madre non è diventare una sorta di sentinella silenziosa, ma mantenere un dialogo aperto e naturale con lei — non necessariamente sulla malattia, ma sulla vita quotidiana, su come si sente, su cosa la rende felice in questo momento. Le persone che soffrono in silenzio lo fanno più facilmente quando sentono che chi le circonda non riesce a reggere la conversazione sul dolore. Se sua madre sa che può parlare con lei senza spaventarla o farla soffrire troppo, è più probabile che lo faccia.
Se ha dubbi specifici sul percorso di sua madre, il modo più diretto è parlarne con il medico o lo psicologo che la segue — ovviamente nel rispetto della privacy di sua madre, ma un familiare preoccupato ha tutto il diritto di esprimere le proprie preoccupazioni a chi ha in cura il paziente.
E lei, come sta? Spesso chi si prende cura di una persona depressa porta un peso che non viene mai nominato.
Federico Baranzini - Psichiatra e Psicoterapeuta a Milano
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