Buongiorno, Volevo pubblicare la mia esperienza, nella maniera più sintetica possibile, sperando ch
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Buongiorno,
Volevo pubblicare la mia esperienza, nella maniera più sintetica possibile, sperando che sia possibile inquadrare sia la sfera entro la quale ricade questo tipo di condizione sia il tipo di specialista che sarebbe preferibile contattare
In età preadolescenziale sono iniziati a comparire i sintomi di quello che più tardi, grazie a dei colloqui con uno psicologo, avrei inquadrato come un disturbo ossessivo-compulsivo: pensieri intrusivi, ossessioni superstiziose (pronunciare, fare, pensare o non pensare, ripetere determinate cose) ossessioni aggressive, paura di poter perdere il controllo.
Queste ossessioni, nel corso del tempo, sono diventate abbastanza invalidanti.
Mi capitava di passare diverse ore del giorno, o della notte, a ripetere frasi o concetti che avrebbero scongiurato l’ipotetica disgrazia, l’ipotetica perdita di controllo, l’avverarsi ecc. Contemporaneamente, molto tempo era dedicato a dialoghi interiori e riflessioni rassicuranti per cercare di “razionalizzare” e arginare il problema.
Nel frattempo, o forse prima, diventava abitudinaria una pratica che non saprei se collegare al disturbo ossessivo-compulsivo o ad altre ragioni indipendenti: l' esercitare una sorta di tensione mentale, spesso contraendo i pugni o sfregando le dita delle mani tra loro, mentre mi impegnavo in qualche attività ludico- immaginativa. Questa pratica mi provocava un grande piacere, credo perché fungesse come una valvola di sfogo per l’ansia e la tensione accumulatesi.
Nel corso degli anni i pensieri intrusivi più irrazionali lasciarono posto ad una condizione più subdola, riassumibile in una sorta di paradosso: devo pensare di non pensare. Il tentativo di ignorare gli ipotetici pensieri intrusivi che sarebbero occorsi e la consapevolezza di non poter immergermi nel flusso normale della vita, perché restava sempre latente quella menomazione, diventavano essi stessi l’ossessione.
Gran parte della mia giornata si consumava quindi nell’inesauribile scontro dove la mia mente restava in allerta di possibili pensieri intrusivi e, contemporaneamente, continuava ad elaborare trucchi mentali per ignorare tali pensieri intrusivi e superare questa condizione di perenne stallo.
Un esempio pratico: sono in metro, e sto ascoltando la musica. Sono consapevole che non potrò abbandonarmi all’ascolto, perché rimane sempre presente la mia condizione. Allora devo cercare di riuscire a smettere di pensare a qualsiasi cosa, reprimendo qualsiasi pensiero venga alla luce. Il tentativo di reprimere ogni pensiero e di abbandonarmi al flusso normale della vita, condito dalla persistenza di reali pensieri e immagini intrusive, diventa un paradosso, perché continua a rendere viva la tensione, la consapevolezza della mia condizione, e ad alimentare la comparsa di ulteriori pensieri intrusivi che a loro volta dovranno essere repressi.
Continuava intanto l’abitudine della “pressione mentale”, solo espunta dai tratti più infantili: esercitavo questa tensione immaginando scenari positivamente alternativi e, riguardo a quella soddisfazione citata, è come se gradualmente andasse a sostituire il normale piacere ricavabile dalla vita. È come se, non essendo in grado di vivere normalmente, impegnassi la mia mente in questo sforzo che riusciva ad emulare una sensazione di appagamento, nonostante provocasse una seria sensazione di dolore alla testa e di confusione nei pensieri.
Parallelamente, continuava sempre di più la divaricazione tra la vita “interna” e quella esterna. Il continuo rimuginare e combattere contro la propria mente rendeva sempre più opaca la vita che intanto mi scorreva intorno.
Non da trascurare la forte timidezza e la sensazione di profonda inadeguatezza che provavo/provo. Aldilà della difficoltà a stabilire relazioni personali, sentivo una fortissima ansia e disagio anche nelle situazioni più disparate.
Ero solito “vedermi” dall’esterno, essere ipersensibile ad ogni singolo movimento maldestro, ogni intonazione sbagliata, a vedermi come se fossi uno spettatore esterno per monitorare il mio comportamento.
Entro, gradualmente, nello stadio che persiste ancora oggi.
Vi è una perenne sensazione di “depersonalizzazione”. Nella mia totale ignoranza in campo medico non so se il termine è esatto, ma definirei così la mia situazione.
Mi sento come separato rispetto al mio corpo e alla realtà. Non al punto di credere che il mio corpo si muova da solo, ma come se ne fossi distaccato, sia fisicamente che mentalmente.
Non meno rilevante la questione della tensione mentale. È come se fosse ormai sempre presente una generale sensazione di pressione, che accompagna ogni istante del mio tempo. Ormai è come se avesse sostituito il timore dei pensieri intrusivi, perché è essa stessa la spia costante che mi impedisce, come dicevo prima, di abbandonarmi alla vita e alla “veracità” dei pensieri normali.
Anche nelle attività più semplici, è come se dovessi svolgere un’azione passando per due filtri: provando a leggere un testo, ad esempio, è come se percepissi me stesso che leggo e contemporaneamente questa sensazione di pressione, che acuisce il distacco dal mio “io”.
E devo, nonostante tutto, come esercitare con più forza quella “pressione mentale” per leggere, o osservare, o sentire quello che mi circonda. Non riesco, anzi, non mi ricordo più come attingerlo “normalmente”.
È quotidianamente presente un forte mal di testa che si accentua quando provo a svolgere attività che richiedo concentrazione.
Permane inoltre quella forte sensazione di inadeguatezza, che si acuisce quando mi trovo con altre persone che non conosco, ad esempio in strada. Immediatamente si accentua la sensazione di depersonalizzazione, e mi sento come sotto i riflettori, mentre provo a non commettere errori con un corpo che sento estraneo.
Vi ringrazio per l'attenzione e vi chiedo un parere.
Volevo pubblicare la mia esperienza, nella maniera più sintetica possibile, sperando che sia possibile inquadrare sia la sfera entro la quale ricade questo tipo di condizione sia il tipo di specialista che sarebbe preferibile contattare
In età preadolescenziale sono iniziati a comparire i sintomi di quello che più tardi, grazie a dei colloqui con uno psicologo, avrei inquadrato come un disturbo ossessivo-compulsivo: pensieri intrusivi, ossessioni superstiziose (pronunciare, fare, pensare o non pensare, ripetere determinate cose) ossessioni aggressive, paura di poter perdere il controllo.
Queste ossessioni, nel corso del tempo, sono diventate abbastanza invalidanti.
Mi capitava di passare diverse ore del giorno, o della notte, a ripetere frasi o concetti che avrebbero scongiurato l’ipotetica disgrazia, l’ipotetica perdita di controllo, l’avverarsi ecc. Contemporaneamente, molto tempo era dedicato a dialoghi interiori e riflessioni rassicuranti per cercare di “razionalizzare” e arginare il problema.
Nel frattempo, o forse prima, diventava abitudinaria una pratica che non saprei se collegare al disturbo ossessivo-compulsivo o ad altre ragioni indipendenti: l' esercitare una sorta di tensione mentale, spesso contraendo i pugni o sfregando le dita delle mani tra loro, mentre mi impegnavo in qualche attività ludico- immaginativa. Questa pratica mi provocava un grande piacere, credo perché fungesse come una valvola di sfogo per l’ansia e la tensione accumulatesi.
Nel corso degli anni i pensieri intrusivi più irrazionali lasciarono posto ad una condizione più subdola, riassumibile in una sorta di paradosso: devo pensare di non pensare. Il tentativo di ignorare gli ipotetici pensieri intrusivi che sarebbero occorsi e la consapevolezza di non poter immergermi nel flusso normale della vita, perché restava sempre latente quella menomazione, diventavano essi stessi l’ossessione.
Gran parte della mia giornata si consumava quindi nell’inesauribile scontro dove la mia mente restava in allerta di possibili pensieri intrusivi e, contemporaneamente, continuava ad elaborare trucchi mentali per ignorare tali pensieri intrusivi e superare questa condizione di perenne stallo.
Un esempio pratico: sono in metro, e sto ascoltando la musica. Sono consapevole che non potrò abbandonarmi all’ascolto, perché rimane sempre presente la mia condizione. Allora devo cercare di riuscire a smettere di pensare a qualsiasi cosa, reprimendo qualsiasi pensiero venga alla luce. Il tentativo di reprimere ogni pensiero e di abbandonarmi al flusso normale della vita, condito dalla persistenza di reali pensieri e immagini intrusive, diventa un paradosso, perché continua a rendere viva la tensione, la consapevolezza della mia condizione, e ad alimentare la comparsa di ulteriori pensieri intrusivi che a loro volta dovranno essere repressi.
Continuava intanto l’abitudine della “pressione mentale”, solo espunta dai tratti più infantili: esercitavo questa tensione immaginando scenari positivamente alternativi e, riguardo a quella soddisfazione citata, è come se gradualmente andasse a sostituire il normale piacere ricavabile dalla vita. È come se, non essendo in grado di vivere normalmente, impegnassi la mia mente in questo sforzo che riusciva ad emulare una sensazione di appagamento, nonostante provocasse una seria sensazione di dolore alla testa e di confusione nei pensieri.
Parallelamente, continuava sempre di più la divaricazione tra la vita “interna” e quella esterna. Il continuo rimuginare e combattere contro la propria mente rendeva sempre più opaca la vita che intanto mi scorreva intorno.
Non da trascurare la forte timidezza e la sensazione di profonda inadeguatezza che provavo/provo. Aldilà della difficoltà a stabilire relazioni personali, sentivo una fortissima ansia e disagio anche nelle situazioni più disparate.
Ero solito “vedermi” dall’esterno, essere ipersensibile ad ogni singolo movimento maldestro, ogni intonazione sbagliata, a vedermi come se fossi uno spettatore esterno per monitorare il mio comportamento.
Entro, gradualmente, nello stadio che persiste ancora oggi.
Vi è una perenne sensazione di “depersonalizzazione”. Nella mia totale ignoranza in campo medico non so se il termine è esatto, ma definirei così la mia situazione.
Mi sento come separato rispetto al mio corpo e alla realtà. Non al punto di credere che il mio corpo si muova da solo, ma come se ne fossi distaccato, sia fisicamente che mentalmente.
Non meno rilevante la questione della tensione mentale. È come se fosse ormai sempre presente una generale sensazione di pressione, che accompagna ogni istante del mio tempo. Ormai è come se avesse sostituito il timore dei pensieri intrusivi, perché è essa stessa la spia costante che mi impedisce, come dicevo prima, di abbandonarmi alla vita e alla “veracità” dei pensieri normali.
Anche nelle attività più semplici, è come se dovessi svolgere un’azione passando per due filtri: provando a leggere un testo, ad esempio, è come se percepissi me stesso che leggo e contemporaneamente questa sensazione di pressione, che acuisce il distacco dal mio “io”.
E devo, nonostante tutto, come esercitare con più forza quella “pressione mentale” per leggere, o osservare, o sentire quello che mi circonda. Non riesco, anzi, non mi ricordo più come attingerlo “normalmente”.
È quotidianamente presente un forte mal di testa che si accentua quando provo a svolgere attività che richiedo concentrazione.
Permane inoltre quella forte sensazione di inadeguatezza, che si acuisce quando mi trovo con altre persone che non conosco, ad esempio in strada. Immediatamente si accentua la sensazione di depersonalizzazione, e mi sento come sotto i riflettori, mentre provo a non commettere errori con un corpo che sento estraneo.
Vi ringrazio per l'attenzione e vi chiedo un parere.
Buonasera, il nucleo centrale del problema che riferisce è, come ha lei stesso anticipato, un Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Nel suo caso, con il tempo alle ossessioni iniziali si sono aggiunte delle ossessioni di second'ordine (vale a dire, ossessioni circa le ossessioni), come capita a volte nel decorso di questo disturbo. I fenomeni di depersonalizzazione che riferisce sono infine la conseguenza di questo persistente atteggiamento di controllo (e di controllo del controllo stesso).
Nel suo caso, accanto ai colloqui psicologici appare indicata anche una terapia farmacologica: come prima scelta con un farmaco della classe degli SSRI.
Nel suo caso, accanto ai colloqui psicologici appare indicata anche una terapia farmacologica: come prima scelta con un farmaco della classe degli SSRI.
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